Year : 2007
Genre : Death n Roll, Death Metal
Record Label : Threeman Recording
Sounds Like : Motorhead, Venom, Entombed
Reviewed by : Edoardo Sentence : Warfare, Plague, Famine, Death
Serpent Saint è il ritorno degli Entombed a 4 anni dallo stupendo ed inarrivabile Inferno, capolavoro insieme a Morning Star della loro discografia post Wolverine. Il cd è ovviamente atteso e controverso, molti attendono un ritorno alle origini, altri, pochi, vorrebbero un album Death n Roll di classe. Sempre trattati a pesci in faccia per la decisione poco popolare la band adotta la scelta più saggia, una via di mezzo tra tutte e due le strade.
Allora la title track arriva e ti scaglia un riff preso dalla discografia dei Motorhead, subito, in piena faccia, per dire che alla fine non glie ne frega proprio un cazzo, la stessa Amok riprende quell'incipit di Inferno. La produzione diventa più raffinata e meno grassa, molto nitida per i loro standard.
Altro apici del cd è When in Sodom che pare presa direttamente da Morning Star, recita praticamente lo stesso copione Chief Rebel Angel anche se con leggermente meno classe. Lo stile Riders, molto Motorhead è impresso ed indelebile, canzoni come Retaliation e The Fix Is In funzionarono talmente bene non fu possibile non riproporre certi incipit.
Altri echi del sound di Inferno sono presenti in Thy Kingdom Koma e Ministry (forse la loro canzone più "pop" e rock n roll) Per parlare di Death Metal old school bisogna aspettare The Dead, the Dying and the Dying to Be Dead che ci regala dopo 20 anni di nuovo del Blast Beat con uno dei riff più cattivi e malvagi mai creati, la canzone è grottesca e marcia, si stampa con un ritornello vi sareste vergognati tutti di fare, ma fatto da loro funziona. Uno degli apici della loro discografia, grandissima capacità nel trattare 25 anni di Death Metal in 3 minuti pitti pitti.
Warfare, Plague, Famine, Death ancora una volta evoca gli spettri più Motorhead e Venom degli Entombed aggiungendo un paio di riff più Death-oriented.
Gli Entombed fanno cd per divertirsi, molto probabilmente ascolteranno ben altro rispetto al Death Metal, e forse è questa la loro forza, fare Death senza volerlo fare riuscendo quindi a creare un sound sempre giovane, evergreen che solo se tu puzzi di vecchiaia più di loro puoi odiare. Sempre più -Roll che Death Metal, ma rispetto ad inferno si da maggiore continuità agli Up Tempo e come detto il Blast Beat non si vedeva da 20 anni.
Resuscitiamo cd che nessuno si è mai cagato perchè loro stanno tornando.
Year : 2011
Genre : Fusion
Record Label : (Non ho trovato informazioni a riguardo)
Sounds Like : Allan Holdsworth, King Crimson, The Aristocrats, Screaming Headless Torsos.
Reviewed by : Zum
Sentence : Alternativamente genuini
Questa volta, per la rubrica ‘alternatività generale’ ci areniamo in Europa. Precisamente a Mosca. Un trio formato da session man di livello mondiale quali Damien Schmitt (batteria), Feodor Dosumov (chitarra) e Anton Davidyants (basso) La loro proposta è quella di un power-trio di matrice fusion con piccoli ritagli di metal qua e la. Mi vien molto difficile darvi un parere unanime su quest’album. Per tutta la durata dell’album i tre mischiano sapientemente tutto ciò che c’è da prendere da gente come Holdsworth, The Aristocrats e King Crimson (1970/1974) riuscendo così a regalare un prodotto che si va a intersecare esattamente tra i ‘The Aristocrats’ e i ‘Screaming Headless Torses’. Più sperimentali dei primi, meno Zappiani dei secondi. Pochi sono gli intermezzi metal, marginati a fare da collante tra un virtuosismo alla Weckl o alla Vai. Tutto ciò sorretto da una progressione continua che non regala niente, neanche nei momenti apparentemente ‘di facile ascolto’. La produzione è ottima, anche se non so dirvi di chi sia opera, visto che io non sono riuscito a trovare niente a riguardo (magari voi sarete più fortunati) Questo lavoro risale esattamente alla fine del 2011 (Ottobre se non erro) e proprio qualche giorno fa ho scoperto che il gruppo a Marzo di quest’anno ha registrato del nuovo materiale che dovrebbe vedere la luce proprio nella fine di quest’anno (si spera, almeno). Indubbiamente è una band con molto potenziale per il futuro, ed essendo un bel misto di etnie ci si può aspettare un lavoro ancora più sperimentale e personale. Ad ogni modo è un album da recuperare e da apprezzare a pieno. Non aspettatevi il piacere al primo ascolto. E’ molto complesso e richiede molti ascolti prima d’esser assimilato per bene. Non scoraggiatevi, chi l’ha duro la vince.
Year : 2012
Genre : Fusion/Folk/Progressive
Record Label : Jesse Cannon and Mike Oettinger at Cannon Found Soundation
Sounds Like : Spyro Gyra, Michael Jackson, The Mars Volta, Coheed and Cambria
Reviewed By : Zum
Sentence : Alternativamente genuini.
Lo so, leggendo la premessa del genere e del suono sembra quasi una presa in giro per il blog. Ma stavolta, per uscire dai soliti lidi della musica estrema vorrei proporvi questo. Cominciano col dire che, nell’anno in cui pubblicarono il loro album di debutto, tutti, appassionati e non, avevano puntato gl’occhi su gruppi di maggiore rilievo mediatico come Meshuggah, Spawn of Possession, The Faceless, TesseracT, Periphery ecc ecc ma questi ragazzi sono stati capaci di pubblicare un album con grandi spunti, personalità, caparbietà e doti tecniche non indifferenti. Si presentano subito facendo capire che non sono certo degli sprovveduti. L’album è un misto di fusion moderno, con venature vocali molto power pop con cambi direzionali verso lidi più marcatamente hard in stile Coheed and Cambria, strutture strumentali che inglobano dentro di sé un folk (spesso e volentieri molto orientale) e un progressive di larghe vedute come può esserlo quello dei Mars Volta più maturi. La tracklist è ben studiata, non lascia l’incertezza del primo lavoro, ma bensì sembra quasi strutturata da un gruppo molto solido e compatto, con anni e anni d’esperienza. I pezzi si mescolano senza dare tregue, sporgendosi verso un genere piuttosto che l’altro senza però mai perdere il segno e regolandosi poi di conseguenza col pezzo seguente. Citare i brani mi sembra superfluo, vi basti sapere che le traccie s’aggirano intorno ai 6 minuti di media x 10 e che al suo interno c’è spazio per un preludio, una suite da 9 minuti (Blood on the Radio, che presenta un intermezzo strumentale spaventoso e da brividi) e per gl’amanti del fusion di classica struttura Spyro Gyra c’è ‘Suspicious Waveforms’ che è l’unico pezzo interamente strumentale dell’album. Da un album di debutto ci si aspetta di solito buone idee senza grande senso della misura. Qui invece accade l’inaspettato. Le idee ci sono e vengono eseguite alla perfezione dalle doti tecniche del gruppo, supportate anche da una produzione degna di questo nome. Tutto si amalgama bene e non annoia mai, facendo di questo ‘Maps of Non-Existenze Places’ un capolavoro unico e personalissimo, nell’anno in cui tante band hanno lasciato un po’ a desiderare. Non fatevi scoraggiare dalle vostre preferenze musicali più estreme e sperimentali, date possibilità a questi ragazzi d’esprimersi, e vedrete che non ve ne pentirete. Una menzione speciale al chitarrista (e mente) Tom Monda che ha dimostrato come si possa unire jazz, folk, funky, pop e shredding senza diventare noiosi, boriosi e auto-refenziali. Da tenere assolutamente sotto la lente d’ingrandimento per il futuro.
Year: 2012 Genre: Hardcore Record Label: Search and Destroy Records Sounds Like: Hatebreed, Architects Reviewed by: Alberto Orbi Sentence: Punch me I bleed.
Image that guy at school that keeps annoying you. Image to punch him in the face and try also to image all the adrenaline in your veins in those moments. That is what "This is the Six" makes you feel the first time you listen to it. We're talking of the album that gained access on the Hardcore global throne. A deep, strong album, made for show how much are tough this english lads "While She Sleep". Even if the name could look "sweet", this album is a massive load of violence that reminds the old Hatebreed band. A blasting drum, chorus, a well-sustained scream sing and majestic guitars mix perfect and make this great album, where great guitar melodies and piano parts fit in a tornado of pounding and violent riffs. But the best parts are the lyrics. A soul's mirror of every band-component, no stories or banality, just the real, sad, tough reality. Pieces of lives told second after second, song after song. The album's intro is one of the most hardcore song "Dead Behind the Eyes", that makes you understand the power of this album. And then other tough songs like the title track, "The Plague of a New Age" and "Untile the Death" give the album more power. These boys from Sheffield then add some tracks, melancholic but loaded with energy, like "Our courage, Our Cancer" and "Love at War". In the end, the album ends with "Reunite": a sad mix of chorus withe Sean Long's piano. I'd say "The quiet after the storm". "This is the Six" it's not the usual hardcore album that we already know, but a story that can teach a lot to the listener. No doubts, one of the best album of 2012, try it.
Year : 2011
Genre : Neoclassic Deathcore (?)
Record Label : Metal Blade Records Sounds Like : If Mozart was a Serial Killer...
Reviewed by : Edoardo
Sentence : A Classic of our Times
Ricordo bene e senza ipocrisie il fatto che non digerii molto il cd alla sua uscita, mi ricordo un paio di singoli, anzi che solo le prime 2 canzoni mi presero e tutto il resto mi fu di tale noia che rimandai semplicemente un giudizio più concreto. Ad anni di distanza Ritual si fa vedere come l'album più ricco di spunti, personale, elaborato, sofisticato e ricercato del combo USA. Le influenze si estendono e un carattere neoclassico pervade tutta la sezione solista ora non più confusionaria ma sognante, jazzy, a volte molto suggestiva. Si unisce anche un sapore black in molti riff con armonizzazioni che tendono a ricordare un poco i Dissection. Già dai ritornelli di A Shrine to Madness e Conspiring With the Damned possiamo intravedere quel gusto proprio di un certo Death Metal melodico di nuovo stampo. Allo stesso modo in Conspiring With the Damned troviamo il difetto più grande che pervade molte delle tracce. L'abbandono totale al Deathcore, rilegato ad un paio di tracce e basta (Malenchanments of the Necrosphere, On Stirring Seas of Salted Blood) ma fatto MOLTO meglio lascia libero spazio ad interludi (odio gli interludi) infiniti, doomy, calibrati per essere sonnecchianti, leggeri e quasi apposta noiosi. Questo è riscontrabile in diverse tracce e funge dal file rouge del cd che si prende una grande pausa da quel tritello immane che erano i due cd precedenti e decide di lavorare veramente su una vera sezione ritmica ed una vera sezione solista riuscendo ad evolvere il proprio sound verso l'assoluta perfezione. Peccato veramente per un finale di lavoro poco esaltante, le conclusive tracce non lasciano soddisfatti (The Raven e Great Burning Nullifier) e sembrano messe su con i riff scartata delle canzoni più quotate del medesimo cd. Si salva con un colpo di reni degno del miglior Buffon con Blood in the Ink per l'eccellente lavoro svolto con i Synth di violino, violoncelli, quello che è, un lavoro d'alta classe che rispecchia la vena neoclassica del cd, vero punto di svolta nella carriera dei nostri. In mezzo al tracklist troviamo inoltre un tributo ai Napalm Death dal titolo Den of the Picquerist un tripudio di Grind/Hardcore di notevole carica.
A parte qualche attimo di smarrimento l'altro neo del cd è il fatto che a differenza dei cd precedenti, tutti, ci mette assai per carburare e fare male, è più un diesel. Rimane ostico a tratti da digerire per la quantità di materiale proposto, è quindi auspicabile un'ottima via di mezzo nel prossimo attesissimo lavoro che dovrà confermare la formula, migliorarla, renderla più d'impatto, omogenea ed esaltante. Non che comunque non manchino esempi di grandi enfasi come il ritornello di The Window.
"I fill the mouth with semen while the head still blinks and shakes ten
seconds is the window another chold has met his fate I hold the grisly teasure skyward have a
laugh into it's face bless all earth's most precious children with my blackened love insane"
Year : 2009
Genre : Deathcore
Record Label : Metal Blade Records
Sounds Like : 100 tons of lead on your feets!
Reviewed by : Edoardo
Sentence : Me fate fa gli straordinari
Spesso mi confondo chiamando questo cd Necropolis, forse il nome sarebbe stato più rappresentativo del cd. Venire dopo un Nocturnal è come venire dopo Master of Puppets, puoi fare il tuo And Justice For All per quanto più raffinato e tecnico ma non sarà mai come quel capolavoro, il cuore, l'estro, la libertà. I TBDM tornano puntali ogni 2 anni perchè questo le Label vogliono ma fortuna loro i risultati sono sempre sopra la media, specialmente per il duo iniziale del cd, le mie opener preferite della loro discografia, in particolar modo Necropolis possiede il più bel ritornello Death Metal della loro già decennale carriera, potente, epico, struggente.
Peccato per le seguenti A Selection Unnatural e Denounced, Disgraced che non riescono a colpire, molto suggestive, a tratti quasi narranti ma poco penetranti. Particolare nota di merito invece per Death Panorama che in meno di due minuti riassume il cd. La forza e la fortuna della band è essenzialmente il duo di cd Nocturnal/Deflorate per aver impostato uno stile del tutto personale, fuori dagli schemi, potente e molto Catchy. Non potendo fare a meno di bissare il successo la band ha creato un cd fotocopia di quello precedente proprio anche a livello di tracklist e disposizione dei singoli, parti veloci, momenti riflessi e d'assalto. Unica nota veramente veggente è la prepotente I Will Return che inneggia già i fausti più neoclassici e ultra melodici del seguente Ritual.
Se pur di livello qualitativo inferiore rispetto Nocturnal è assolutamente alla pari per quanto riguarda produzione, quantità di singoli e parti memorabili, la fortuna di Nocturnal è semplicemente di avere una tracklist da panico.
Year : 2007
Genre : Deathcore/Melodic Death Metal
Record Label : Century Media Records
Sounds Like : A soundtrack for a spllater B movie
Reviewed by : Edoardo
Sentence : The Blackest Hour
Ci ho dovuto ragionare assai per capire quale fosse il miglior lavoro della band in questione. E' stato veramente arduo scegliere e cercare motivazioni forti.
Nocturnal è il miglior cd dei TBDM perchè è simbolo di una evoluzione verticale vertiginosa, da Miasma a questo ci stanno 4 anni luce di distanza sia per produzione (anzi, sopratutto) che a livello di song writing. Esso non è il più maturo ma integra in modo esemplare le moderne caratteristiche del Deathcore quindi terzine a go-go, stacchi e momenti di doppia cassa perenni. A questo si aggiungono i classici riff di natura Scandinava ancora una volta magistralmente eseguiti ed armonizzati. Caratterizzanti e penetranti le parti di chitarra come al solito regalano grandi momenti ma in questo non una sola traccia sta indietro rispetto le altre, il singolo What a Horrible Night to Have a Curse ovviamente risalta ma il livello delle altre tracce è il medesimo ed ovviamente altissimo. Si fa fatica appunto a riconoscere un momento del cd più alto rispetto ad un'altro, cosa evidentissima in Miasma ed Unhallowed dove tra episodi riusciti e riusciti alla grande c'era una bella differenza.
Insomma se What a Horrible Night to Have a Curse e Of Darkness Spawned qui sembrano canzoni nella norma basta mettere un attimo la riproduzione casuale nel proprio lettore musicale per ascoltare in modo evidente il netto distacco a livello qualitativo tra i primi capitoli e quest'ultimo. Allo stesso modo però rispetto i cd futuri c'è un impatto più easy e in your face, meno pippe, meno rallentamenti doomy super melodici, anzi assenti, roba che in Ritual ce ne stanno 2 a canzone. Il cd è praticamente identico per coordinate a Deflorate ma ritengo per una manciata di canzoni migliore questo al suo successore, ma si tratta di una inerzia, passaggi, effetti, gusti alla fine dei conti perchè sulla carta, forse forse, questo e appunto Deflorate militano sulla stessa altissima soglia.
Comunque questo è un cd che inanella 10 canzoni su 10, personalissimo, alto la a chi dice che influenzarsi significa non essere personali, questo cd dimostra che pur mantenendo il rispetto per gente nata prima di te si possono scrivere pagine importanti del metal odierno. Il 10 non può essere dato perchè giustamente nessuna band si ispirerà mai direttamente al loro nel futuro, allo stesso modo però sicuramente sarà ricordato nei secoli a venire come uno dei monoliti fondamentali ed imprescindibili del metal del secondo millennio.
Che calino le tenebre...
Year : 2005
Genre : Melodic Death Metal
Record Label : Metal Blade Records
Souns Like : Dismember, At The Gates
Reviewed by : Edoardo
Sentence : A Vulgar Picture
Riportiamo l'ordine nell'universo italiano dei TBDM.
Miasma arriva 2 anni dopo il debutto e diventa il primo banco di prova per la band che dovrà rispettare attese dei grandi fan e sfidare la critica cercando di personalizzarsi. Il vero punto di svolta sta in un passaggio più marcatamente metalcore di alcune melodie che strizzano l'occhio a quello che stava girando per la maggiore in quel momento (Trivium, All That Remains). Pur rimanendo di connotazioni scandinave per la maggiore, il sound vede la perdita di tutti quei blast eccessivi, ridondanti ma effettivamente funzionali di Unhallowed, per concentrarsi da li in poi all'alternarsi delle due mode, quella più Old School (A Vulgar Picture e Statutory Ape) e quella più moderna di Flies e Dave Goes To Hollywood. La formula vince poichè riesce ad unire un pubblico fino a quel tempo essenzialmente diviso ed orfano di band come At The Gates e Carcass che diedero al Death Metal quella sterzata di novità nei 90's.
La produzione un po' scialba appiattisce tutti i suoni e penalizza le chitarre, più limpida ed omogenea e quindi meno confusionaria di Unhallowed ma meno potente.
Miasma si conferma anche a distanza di anni un bel dischetto, non esplosivo ma importante a livello storico poichè segna l'ascesa della band e l'inizio di un cammino ben preciso che vedrà perfezionare gli angoli del loro sound nei cd a venire.
Year : 2003
Genre : Melodic Death Metal
Record Label : Metal Blade Records
Souns Like : Dismember, At The Gates, Dissection
Reviewed by : Edoardo
Sentence : Fuck off all trve metallers
Questa sarà più una riflessione filosofica che una vera recensione.
Unhallowed è il primo cd dei The Black Dahlia Murder edito per Metal Blade Records, anno 2003.
L'album si presenta senza fronzoli od orpelli, introduzione narrata e cataclisma di riff in stile At The Gates ultra tirati e oppressi dal blast, così si potrebbe riassumere il cd in poche parole.
Molti contestano tutt'ora la band del Michigan per una somiglianza sin troppo evidente verso le sonorità Swedish di Dismember e At The Gates, molto insultano pure un fare a dir loro "da copioni" che li ha portati nelle vette del mondo.
Sarebbe da riflettere su come l'unica band che fa Melodic Death Metal in modo incazzato senza pippe inutili, melodie gay, ritornelli isterici, col blast sia smerdata dalla critica più intransigente poichè troppo ancorata al passato di band "intoccabili". Vorrei proprio sentire, anzi vedere, un fan del Death Metal medio a non menare qualcuno ascoltando Elder Misanthropy, roba che resuscita in te le peggio follie animali, ritornello catchy da seghe, riff tritatutto, stacchetto da headbanging, smitragliate continue della batteria, bridge che ricordano persino i Dissection più animaleschi. Ora con tutto l'odio possibile verso certe band, vorrei vedere lo stronzo che sbadiglia su tale canzone. Stesso discorso per The Blackest Incarnation, pur sentendo si gli echi di tutte le band che volete, una certa scontatezza, si, sono estremamente scontati! Pur avendo già in mente il filo della canzone dalla prima nota, vi sfido a non esaltarvi di secondo in secondo, vi sfido a non voler menare qualcuno durante il "chorus" col blast a metà canzone.
Ma se pensate che questo sia il top, il colpo di grazia lo da la thrasheggiante Hymn For The Wretched che quasi in chiusura da una stoccata degna del mio sciabolatore per chiunque avesse dubbi sulla natura del cd. Menare, menare, menare e menare ancora. Non ce ne frega un cazzo se assomigliano ad altre band, se sono scontati, non ce ne frega un cazzo se per voi sono troppo "trendy" e poco Old School, mannaggia la madonna un album che ti fa venire così tanto il prurito alle mani non penso sia mai esistito, voglia di pestare a sangue qualcuno portami via.
Year: 2012
Genre: Death Metal
Record Label: Dark Essence Records
Sounds like: Desolate Shrine, Sonne Adam, Sentenced (Shadows of the Past), Disma, Funebrarum
Rewieved by: Giorgio
Sentence: Obscuritate calante Mors regnat (Mentre cala l'oscurità la Morte regna)
I Rattenfaenger rappresentano un curioso mix: nome tedesco, nazionalità ucraina e titoli in latino. Tuttavia nonostante l'eterogeneità la proposta musicale è invece solida e massiccia quanto basta. Ispirati certamente dal Death Metal più old school e intransigente, nonostante non manchino i passaggi di tastiere o le intro corali, si inseriscono con questa loro unica prova, Epistolae Obscurorum Virorum, nel filone del Death Metal oscuro in uno stile che ricorda molto la scena finlandese o ad esempio gli israeliani Sonne Adam o anche le "nuove leve" americane Disma e Funebrarum.
A livello musicale per sottolinare la cupezza espressa dal gruppo, non mancano le tendenze Doom, tuttavia non onnipresenti e ben distribuite senza lasciare che i brani abbiano una forma canzone fissa del tipo lento-veloce-lento come invece altri gruppi fanno. In realtà la maggior parte delle composizioni si attesta su dei mid-tempo sottolineatia suon di accordi massicci e corposi (in questo la produzione è pressoché perfetta), con qualche esplosione di velocità. Il growling basso e abrasivo non lascia scampo e martoria lungo quaranta minuti del disco. Un'opera prima veramente di alto livello, in quanto si può dire che il disco non ha cali e resta sempre a livello, anche gli inserti di tastiere non sminuiscono per niente la potenza del gruppo, ma anzi la esaltano come non mai.
Year: 2011
Genre: Technical Death Metal
Record Label: PRC Music
Sound like: Obscura, Atheretic
Reviewed by: Antonio Lo Fiego
Sentence: Fucking good job!
Ok, chiariamo due cose. Più di un anno fa, nel 2011, esce The Aura, il primo Full Lenght dei Beyond Creation, band presente dal 2005 ma che ha inciso un primo demo solo nel 2010. Album estremamente sottovalutato, o per meglio dire, osservato in una maniera che non meritava a causa della grande quantità di uscite di quel periodo, Obscura in primis.
I quattro canadesi hanno confezionato 10 tracce di indiscutibile qualità, che tutti gli amanti del death tecnico e dalle venature progressive dovrebbero ascoltare e già possedere. Basta vedere l'opener per capire che in Canada hanno dei coglioni di titanio e poca voglia di intro noiose.
Tutto l'album scorre su questo filone, tracce direttissime, estremamente accurate dal punto di vista dell'arrangiamento e della ricerca del suono. I Beyond Creation hanno mandato a quel paese il cantato pulito, in favore di un growl gutturale ma chiaro e comprensibile e scream graffianti ma mai abusati. Inoltre da far notare è la scelta del basso fretless. Il bassista è l'ex-Augury Dominic "Forest" Lapointe, considerato (giustamente) il Jeroen Paul Thessling del Canada. La sua incredibile tecnica e l'interessantissimo gusto musicale portano le linee di basso a parte quasi principale della ritmica, non confinandolo ad un mero strumento ritmico.
L'incredibile solidità dell'album è dovuta ad un interesse più verso all'aspetto ritmico che all'aspetto solistico, per quanto presente. Non c'è l'interesse infatti per infiniti lead autocelebrativi oppure parti estremamente intricate e fini a se stesse. Anche la batteria è completamente riuscita. Il batterista Guyot Begin-Benoit riesce a districarsi in pattern classici da death metal (blast beat, graviti e simili) ma trova nelle parti pulite una vena catchy e groovy invidiabile. Quindi un drumming estremamente variegato e mai noioso.
Ennesimo punto a favore è la produzione, estremamente di qualità, dove ogni strumento trova il suo posto senza intaccare il resto.
Da ascoltare assolutamente Omnipresent Perception che figura uno degli assoli di basso più memorabili della storia del technical death, gli interludi Chromatic Horizon ed Elevation Path e la meravigliosa The Deported.
Cazzo, voglio essere canadese pure io.
Label : Solid State Records
Year : 2009
Genere : Metalcore
Sentence : An Epic Win [8.5]
E' facile parlare del Metalcore come un genere che ha tante band inutili, di massa, privo di un perchè.
Bisogna trovare però anche chi il genere lo ha plasmato e gli ha dato una identità, bisogna riconoscere lo sforzo di alcune persone che per il Metalcore hanno dato l'anima e sfornato capolavori, poco si sottolinea infatti come ci siano dei Masterpiece anche in questo genere.
Se vogliamo mettere i puntini sulle I il Metalcore non è il Metal-Hardcore di Suicidal Tendecies ne tanto meno quello dei Raised Fist, è quello di Trivium, Killswitch Engage, Atreyu ecc, insomma, l'ondata che va dal 2000 ad oggi con capostipite se vogliamo le melodie di In Flames e gli stacchi dei Pantera.
Fatto questo ampio preambolo è ora di parlare di Constellations, gli ABR sono uno di quei classici gruppi dati come meteore ma poi diventati delle vere icone del genere, band da cui non si può fuggire, capolavori su capolavori.
Gli August Burns Red iniziano la loro carriera martellandoci di Hardcore e sferzate melodiche in armonizzazione, proseguono i loro intenti abbandonando sempre più il richiamo all'Hardcore ed abbracciando uno stile più tecnico e maggiormente Swedish Oriented. Constellations rappresenta uno dei punti più alti del Metalcore, al pari col suo successore Leveler anche se esso presenta diversi cambiamenti ed un tasso tecnico ancor maggiore. Constellations dal canto suo è molto equilibrato e sa dosare perfettamente ogni parte, non eccede mai ed è composto da una tracklist di canzoni non tanto perfette perchè stupende ma quanto perchè l'una è funzionale all'altra.
Per quanto Existence e Thirty and Seven siano un bel pugno in faccia, il primo vero cazzotto nello stomaco si prende con Ocean of Apathy in cui vari arpeggi veloci e qualche rapido blast annientano ogni possibilità di staccarsi dall'ascolto, il chorous finale poi attacca in modo selvaggio ed è facilmente cantabile già dal secondo ascolto.
White Washed è un mid tempo geniale per stabilizzare l'ascoltatore che si è troppo fomentato, gioca sulle armonizzazione ed anche essa punta su arpeggi ma in chiave più lenta e malinconica, ci trasporta con grande facilità senza stupire, ma divertendo, a Marianas Trench che si presenta in modo ancor più pacato della traccia precedente. Ottima per il gioco ritmico e l'incastro tra cantato e riffing stoppato, devastante quando decide di voler pestare l'acceleratore, delicata quando invece vuole distendere i nervi con una parte solista molto classicista, scale neomelodiche e riffing Swedish non sono mai andati così d'accordo.
The Escape Artist risveglia anche i morti, è una scarica di adrenalina necessaria per rimettere le cose in chiaro, qui si vuole far del male, non solo carezze e coccole, stacchi spezza collo e growling profondo caratterizzano il pezzo che si presenta come uno dei più acidi ed aggressivi mai scritti dal gruppo, peccato solo si perda un poco nel finale.
Indonesia è l'antipasto di Paradox, il riffing disegna ritmiche melodeath e aggiunge stacchi corposi, non una traccia spaziale ma essenziale per mantenere alta la concentrazione.
Paradox segue le medesime linee della canzone precedente ma con un pizzico di ispirazione in più, questo sopratutto grazie ad un cantato energico e ottimamente spartito nelle varie sezioni della canzone lasciando alle chitarre il giusto spazio.
Con la successiva Meridian si torna a frenare gli istinti animaleschi dati dalle canzoni precedenti. L'ottimo gusto melodico e il gioco tra chitarre in clean e distorte vince e anche i brevi pezzi in clean vocals sono una boccata d'aria, la traccia non accelera mai ma si lascia gustare così, con le armonizzazioni a far da cardine lasciandosi assaporare nei giri.
Il cd conclude con un trittico di canzoni che metterebbe al tappeto chiunque, dopo questo niente può essere meglio, la degna chiusura per un cd, il meglio è giustamente arrivato ed alla fine come coronamento di un cd. Rationalist si presenta con uno dei riff metalcore più belli nella storia posto proprio dopo la prima strofa, anche il chorous viaggia su altissimi standard con un retrogusto neomelodico decisamente azzeccato.
Di seguito si fa largo la traccia più nota da tutti del cd, Meddler, carica da morire con una intro che ti fa venir voglia di prendere a cazzotti a qualcuno ed esplode solamente nella strofa dopo vari riff incastrati tra loro.
La scelta melodica è divinamente azzeccata, tutti i riff sono messi nel giusto ordine, non una nota è sbagliata, meglio di così la canzone non poteva venire fuori. Punto cardine del brano è lo stacco centrale che presenta ancora una volta un gusto melodico che in POCHISSIMI hanno.
Chiude Crusades che come White Washed alterna arpeggi a varie scazzottate, un ottima ending song, non una Hit ma l'alternarsi delle ritmiche mette a tacere lo stomaco, sazi di tutto quello che si poteva aspettare dalla band, osservati tutti i tipi di stacchi possibili, apprezzati i passaggi, le armonizzazioni, niente in più può essere aggiunto, questo cd è IL metalcore, prendetelo come una bibbia.
Label : Roadrunner Records
Year : 2007
Genre : Thrash Metal
Sentence : Alive [7.5]
Perchè è un Underrated Album? United Abominations viene dopo un cd brutto e senza idee come The World Needs an Hero e un'altro di cui si salva una canzone (Back in the Day) ovvero The System Has Failed. Dopo di esso vengono poi due cd poco rassicuranti, Endgame non è malaccio e aveva ben più di una canzone da mostrare live con orgoglio, al contrario 13 scritto in bimbominchiese è proprio un lavoretto di mestiere fatto per cavarsi dalle palle la Roadrunner. United Abominations ne esce come il più sentito, il più vero ed il più ispirato, Sleepwalker-Washington is Next!-Never Walk Alone...A Call to Arms rappresenta il trittico di canzoni migliori dai tempi di Youthnasia. Il terzetto iniziale vale il cd e ne alza notevolmente il livello di medio perchè anche United Abominations è ricco di canzoncine scritte per fare numero ma è farcito da quelle punte di diamante che ogni buon cd deve possedere.
Si nota tra le altre la super pacchina acchiappa fregna A Tout Le Monde (Set Me Free) con Cristina Scabbia dei Lacuna Coil come guest e Pray For Blood per un groove Hard Rock veramente accattivante, 80's al 100%. Il resto è evitabile e ci si può passare oltre senza pentirsene, United Abominations a distanza di 5 anni prende ancora più valore in virtù della progressiva perdita di appeal da parte di Mustaine e soci.
Label: Nuclear Blast
Year: 1998
Genre: symphonic black metal
Sentence: [8.0]
Continuo nel mio ripescaggio di bei dischi con un'abbondante decina d'anni sulle spalle proponendo all'attenzione dei nostri lettori "Nexus Polaris", suggestivo fin dall'elegante copertina. Alla creazione di questo disco hanno contribuito personalità rilevanti della scena black norvegese quali Nagash ed Hellhammer, e solo quest'adunanza di cervelli costituisce una garanzia. Fin dall'attacco di The Sulphur Feast è chiaro che ci troviamo di fronte ad un disco davvero incredibile: gli strumenti si intrecciano e si rincorrono in un giro vorticoso di melodie ipnotiche sul quale si erge lo scream roco di Nagash, che in più frangenti arriva a ricordarci quello di Shagrath. La qualità principale di quest'opera è l'armonia delle sue parti: non ci sono elementi fuori posto o stonati, i nostri dirigono una sinfonia perfettamente organica che sorprende e diverte l'ascoltatore, stimolandone la curiosità nota dopo nota. E' da ricordare anche l'apporto determinante di Sarah Jezebel Deva, corista dei Cradle of Filth: la sua voce impreziosisce in più frangenti la già esaltante musica dei Covenant e lo fa soprattutto nella conclusiva e stupenda Chariots Of Thunder, che ci regala un crescendo di emozioni davvero indimenticabile (è uno dei pezzi migliori per chi scrive). Come summa del Covenant-pensiero suggerisco di ascoltare Bizarre Cosmic Industries: avrete modo di riscontrare agevolmente la presenza di tutti gli elementi sinora elencati nonché di un meraviglioso ed etereo stacco tastieristico. "Nexus Polaris" è uno di quei dischi da gustare tutto d'un fiato. Non c'è pericolo di annoiarsi, vi prenderà per la gola e non vi mollerà più, vi aprirà le orecchie e ci entrerà a forza. Resistere è inutile, benvenuti al banchetto sulfureo... e che banchetto! Un disco di gran classe che raccomando fortemente.
[Matteo Ciani]
Label : Apostasy Record
Year :2012
Genre : Technical Death Metal
Sentence : THEY ARE BACK!!! [7.0]
Questo cd è già un Underrated Album per il semplice fatto che è dei Obscenity, la band Death Metal più sottovalutata della Germania sin dal 1992. Negli anni si è riuscita a creare una piccola cerchia di fans ma non è mai riuscita ad emergere veramente oltre il suolo nazionale, i Natron della Sassonia.
Ultimo capitolo discografico nel 2006, e c'era già puzza di scioglimento, fortuna che il vecchio Bruns ha rimediato con nuovi innesti nella line up. Rudes alla voce ha il compito di sostituire un mostro del genere come Oliver Jauch, Finger sostituito da Weech (finalmente hanno un cazzo di chitarrista ritmico decente!!) e al basso Jon Pirch.
Rudes è quello col compito più difficile e nonostante questo mi strappa una sufficienza piena, Jauch forte di una carriera 20ennale è sicuramente più bravo e tecnico ma anche il nostro qua ha dimostrato un'ottima padronanza dei mezzi ed un buon carattere, più moderno e meno cavernoso.
Beh, a questo punto si apre la parentesi sul sound, se Where Sinners Bleed era un fottuto capolavoro tributato ad Hate e Cannibal Corpse, questo Atrophied in Anguish li vede in una veste technical tutta nuova in pieno stile ultimi Deeds of Flesh, Necrophagist con le aperture melodiche di Monoistic Living a citare invece gli Edge of Sanity.
Weech ha sicuramente alzato il livello tecnico come il graditissimo ritorno, appositamente non citato, dello storico Sasha Knut! Batterista per oltre 10 anni della band. A questo anche Pirch contribuisce ed ora gli Obscenity si impongono come primo gruppo Technical della Sassonia. Mille spanne avanti come prestazione tecnico-artistica rispetto al precedente lavoro, meno coerenti per i die-hard fans ma più appetibili al grande pubblico, forse hanno capito che è questo l'unico modo per poter ambire a qualcosa di più.
Unica nota di demerito certi assoli in pieno stile heavy classico che non ci azzeccano proprio un bel niente oltre che a qualche riff troppo scolastico per le orecchie di chi come me del TechnoDeath post 2000 si ciba da anni. Per il resto è un lavoro curato e completo, nuovo e fresco, una vera sorpresa da parte di certi padri dell'old school.
10 mila ere avanti i Morgoth.
Label : CTS Productions
Year : 2011
Genre : Instrumental Stoner Doom Metal with Psychelic influences
Sentence : A psychedelic dreamquest [8.0]
Giunti al secondo full lenght i greci Brotherhood of Sleep non smentiscono quanto avevano affermato con il primo autointitolato. La musica del gruppo è uno Stoner Doom con marcatissime influenze settantiane psichelediche e progressive, con la particolarità di aver rinunciato totalmente alle parole e di far concentrare l'ascoltatore solo sulla musica. I quattro lunghissimi brani di Dark As Light sono quindi un viaggio trasognante verso atmosfere che retrò veramente apprezzabili. Così procede il disco tra riff distorti di ovvia matrice sabbathiana e stacchi jazzati trascinanti e scorre via che è un piacere, sia che lo si senta come sottofondo mentre si fa altro, sia che ci si concentri su di esso. Una particolare menzione la merita a mio avviso la sezione ritmica che fa delle ottime tessiture jazz di sottofondo, dando quel tocco di progressive che rende molto particolare il sound del gruppo.
Indicare una canzone migliore delle altre risulta superfluo in quanto tutto il disco potrebbe essere quasi considerato come un'unica suite composta di vari movimenti. Un disco da ascoltare e riascoltare tantissime volte ogni volta scoprendo qualcosa di nuovo: un passaggio di chitarra che si era mancato, un linea di basso che si era udita poco, un fill di batteria particolare, oppure soltanto per lasciarsi trasportare via dalla musica senza pensare ad altro.
Questo è un disco a suo modo davvero speciale, trattasi infatti del debutto mai uscito dei T.E.R. (Tyrannic Ethical Reconstruction), death metal band ternana nelle cui fila militavano il chitarrista cantante Francesco Paoli (ora nei Fleshgod Apocalypse ed ex Hour Of Penance) il bassista Paolo Rossi, anche lui membro attuale dei Fleshgod e il batterista Francesco Struglia, attualmente nei Promaetheus Unbound ma ex componente di numerose band del panorama underground estremo laziale come VII Arcano, 3rd Room, Shadowsreign e i già citati Fleshgod Apocalypse. Insomma davvero un cazzo di pezzo di storia del metallo della morte italiano, una band che prima di sciogliersi definitivamente pubblicò in free download il proprio debutto “Flesh Of My Flesh”, questo perché “No label was interested in producing this work!”, riporto testualmente dal loro myspace. Un vero peccato perché questo disco se avesse avuto una promozione decente alle spalle, avrebbe avuto il suo meritato risalto nel panorama estremo italiano. E’ un disco che mostra sicuramente una band ancora acerba, ma con un enorme potenziale da sviluppare nel tempo, cosa che poi è avvenuta con le strade differenti prese dai propri membri, che si sciolsero proprio per una divergenza di vedute e orientamenti differenti nel processo di song-writing. E’ presente in forma embrionale quel sound devastante e articolatissimo che è divenuto marchio di fabbrica degli Hour Of Penance, e di conseguenza anche se in maniera ovviamente meno evidente anche nei Fleshgod Apocalypse, che a mio modo di vedere non sono altro che, in maniera decisamente schematica, il risultato dell’ unione del sound dei Penance a sonorità sinfoniche e orchestrali mutuate dalla musica classica (e sticazzi, sono assolutamente devastanti). Entrando nello specifico Il disco è prevalentemente un tripudio di blast beat, stop and go, accelerazioni, cambi di tempo sovrumani, i pezzi sono come schegge impazzite lanciate a folle corsa verso l’ annichilimento auricolare. “The Blood Of Christ” inganna con il suo riff iniziale cadenzato per poi esplodere in un grind assassino, il pezzo prosegue in un continuo alternarsi di ritmiche più ragionate, alcune delle quali di chiara matrice thrash metal, ad altre dove la violenza e l’intransigenza death metal prendono il sopravvento. Un martirio sonoro purtroppo non difficilissimo da digerire per quanto mi riguarda per via della esasperata monoliticità delle vocals, Francesco Paoli ha avuto sicuramente modo negli anni di apprendere una maggiore capacità espressiva e di variare maggiormente il suo growling. A tratti mi sembra di sentire il Benton più incazzato, soprattutto nelle metriche più spinte e sostenute, che spacca tantissimo per i primi 10 minuti ma durante l’ascolto del disco può arrivare a stufare un pò (poi ti ricordi che stai ascoltando Death Metal e quindi sotto col martirio). Pur essendo totalmente autofinanziato il disco è comunque ben prodotto, il sound ha quella leggerissima patina di grezzume e marciume che rendo il tutto ancora più in odore di Death Metallo e carnazza grondante sangue. Insomma questo è un disco che ogni vero cultore del metallo estremo italiano dovrebbe riscoprire, purtroppo il disco non è più presente sul loro sito, il dominio è stato pure disattivato. Vi consiglio quindi di chiedere il link dropbox a Edo perché questa è una chicca che va assolutamente riesumata dal passato, un pezzo pulsante della storia del metal estremo italiano.
Label: Underground Symphony
Year : 1999
Genre : Epic Doom Metal
Sentence : Praise Odin and burn churches [8.5]
Tanta epicità tutta insieme si è sentita poche volte. Il disco d'esordio degli italianissimi (di Gallarate (VA)) Doomsword è un bel coacervo di tutto quello che l'epic doom dovrebbe essere. Fanno da padrone infatti i riff potenti (ma non eccesivamente complessi), molti di matrice più squisitamente heavy metal, ripetuti innumerevoli volte in modo da dare alle canzoni una certa ossessività che poi è la caratteristica tipica di una marcia solenne. Rispetto ai dischi successivi la cosa forse meno convincente sono le parti vocali di Nightcomer, non paragonabili a quelle di Deathmaster in questo disco alla chitarra, ma comunque di buon livello.
I temi trattati sono i soliti della buona trazione metallara epica: Tolkien, Moorcock e la mitologia nordica. Il pensiero non può che correre ai padri fondatori del genere i Cirith Ungol che sono infatti omaggiati con la cover di Nandsokor, scelta a mio avviso azzeccatissima per ricollegarsi alle origini di un genere non eccessivamente diffuso.
Siccome il genere è abbastanza di atmosfera secondo me si ha un calo su Helms Deep in quanto l'intermezzo recitato è troppo lungo e fa perdere un po' il senso della canzone e su Return To Immryr dove il ritornello con lo stop non mi sembra particolarmente riuscito e soprattutto si lega un po' male col resto. La migliore è invece, a mio avviso, One Eyed God dedicata a Odino.
In definitiva l'esordio dei Doomsword è allora un ottimo disco Epic Doom, che sa dosare bene la carica dell'Epic e l'ineluttabilità del destino tipica del Doom, riuscendo sempre a dare la voglia di lottare fino alla fine.
Label : Metal Blade Records
Year : 2000
Genre : Death Metal
Sentence : Put My Hand In The Fire [8.5]
Si può fare a meno di tutto, ma non di loro.Close To A World Below segna un nuovo apice, o meglio l'ascesa degli Immolation che da questo album in poi sforneranno solo Masterpiece per quanto mi riguarda.
Close To A World Below esce un'anno dopo Failures of Gods ma possiede più ispirazione di esso, ottimamente introdotto da Higher Coward, feroce e senza pietà, lancia andare subito il primo vero ruggito da leone con una Super Hit della loro discografia, Father, You're Not A Father. Dopo il semi-mid tempo la band si rigetta del Death-Brutal di scuola NY con Furthest From The Truth e Fall From A High Place che segna quest'ultima un grande passo verso l'epicità dei giorni nostri.
Lost Passion è l'altra immancabile Hit del lavoro che si affronta in un crescendo vario e dinamico sino ad esplodere nelle strofe finali. Put My Hand In The Fire fa risplendere per l'ultima volta il duoVigna - Wilkinson, netta la mano di Vigna comunque nel song writing, lo stretto duello ed intreccio ritmico della canzone pongono essa come una delle più tecniche del lavoro e anche una delle più ridondanti con parti veramente plumbee e tenebrose.
Chiusura affidata alla title track, la maestosa traccia nei suoi 8 minuti è un concentrato di epicità e Death Metal, malsane melodie ed umori funerei, le chitarre scandiscono i passaggi su atmosfere Blackeggianti e Doom per poi accingersi nel mare del Groove tipico e trademark degli Immolation.
E se ogni cd loro da 12 anni a questa parte è un capolavoro ci sarà pure un motivo, manca la genialità ritmica di Shalaty e la tecnica di Bill Taylor ma Ross Dolan e Robert Vigna sono una garanzia, lunga vita agli Immolation.