Mammoth Grinder - Underworlds



Year: 2013
Genre: Crust, Death’n’Roll
Record Label: 20 Buck Spin
Sounds Like: Entombed, All Pigs Must Die
Reviewed by: Edoardo De Nardi
Sentence: Wolverine Crust!

Dall’America con furore arrivano i Mammoth Grinder, un nome un programma verrebbe da dire, nonostante in realtà il monicker risulti abbastanza fuorviante rispetto al genere proposto: verrebbe da pensare infatti alla pesantezza del doom o dello sludge per il primo termine, oppure ad un gruppo grind per l’ovvio rimando della seconda parola. In realtà, nonostante entrambe le correnti siano state sicuramente ascoltate molto da questi ragazzi, il genere proposto si avvicina più ad un crust/punk velenoso ed arcigno, senza disdegnare numerosi passaggi su ritmiche e tempi medio-lenti che spezzano egregiamente il ritmo forsennato del platter. Queste, in sostanza, le coordinate stilistiche dei Mammoth Grinder, che senza perdersi in troppi giri di parole, confezionano un album veloce, rapido e dalla facile fruizione. Semplici ma non monotematici, i pezzi di “Underworlds” si destreggiano tra onnipresenti riffs in d-beat, vocioni urlati ed interessantissimi stacchi più ritmati che portano alla memoria quasi istantaneamente gli Entombed di metà carriera: un pezzo come “Revenge” infatti omaggia la band di L.G. Petrov con reverenza e dedizione, senza per questo risultare un semplice, ennesimo, clone delle leggende di Stoccolma. Del resto, i quattro vengono da Austin, Texas, ed è inevitabile non notare il tipico marchio americano con cui, soprattutto negli ultimi anni, molte realtà d’Oltreoceano stanno rimodellando le realtà crust ed hardcore del Vecchio Continente, aggiungendo a queste una perenne vena oscura e minacciosa che pervade i loro cd ed in parte assente nelle vecchie glorie europee di fine anni ’80. “Wraparound Eyes” e soprattutto “Paragon Pusher” vivono di questo, grazie all’ottimo tiro dietro le pelli di Brian Boeckman, ed ai riff sempre sull’attenti del cantante-chitarrista Chris Ulsh, autore di una prova vocale sofferta ed abbaiata, perfetta per il genere, che in alcune occasioni, come “Breeding” e “Born In A Bag” ricorda molto un Martin Van Drunen (Asphyx, per chi non lo sapesse!!) ancora più becero e sbronzo. Nei 29 minuti di durata, non c’è tempo per convenevoli e filler di alcun tipo, l’urgenza artistica del quartetto è tangibile e sincera, ed anche questo avvicina il gruppo ad altre realtà loro conterranee. Per atmosfere e malignità, gli All Pigs Must Die sono forse il gruppo che più si avvicina alla concezione qui proposta, anche se in “Underworlds” manca del tutto la componente black e caotica che ha reso “Nothing Violates This Nature” un evento a sé nel panorama metal-hardcore, ma quello vero, di questo 2013. Più dritti e lineari, i Mammoth Grinder si dimostrano invece maestri nell’alternare i momenti di furia cieca a quelli più rabbiosi in mid-tempo, comunque sempre sostenuti ed incalzanti, riuscendo così in concreto ad esaltare la successiva bordata “da centro sociale”. “Barricades” e “Moral Crux”, poste rispettivamente a metà e fine tracklist, spezzano con sapienza il ritmo del full-lenght presentando alcuni dei lavori chitarristici più oscuri del lotto, e sottolineando l’oramai scafata capacità compositiva che i ragazzi dimostrano con questo nuovo, terzo cd della loro discografia. Edito da 20 Buck Spin, sempre attenta a scoprire nuove realtà in questi settori, “Underworlds” regalerà ai passionisti dei generi sopracitati una mezz’ora di “gioia” scalmanata e priva di pensieri. Siamo sicuri che brani come questi diano il massimo eseguiti e “sudati” live, ma anche su full i Mammoth Grinder strappano senza eccessive pretese una ben più che ampia sufficienza in pagella.


Mark: 7/10    



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