Il bello della mia età e presumo anche quella degli SOTC è che si può sbagliare e tornare nella retta via senza grosse ripercussioni. Innanzitutto si prendono un monicker per me essenziale, un gioco che mi ha cambiato, comunque, le vie prese da questo gruppo americano sono veramente tante e variegate, dal Melodic Death di inizio anni 2000 un po' di origine tedesca con quelle retrospettive un po' doomy al Metalcore più classico con clean vocals ed ampi breakdown sino al Deathcore più US-oriented alla King Conquer per intenderci.
Non gli manca niente ed il loro sound è ottimo, l'unico problema è l'eterogeneità del tutto, molte delle parti più "catchy/pop" stonando con l'alone Melodic Death che percuote moltissimi riff, gli incastri di chitarra risultano praticamente sempre vecchio stampo, a parte i breakdown l'idea che viene fuori è una band che sa prendere la scandinavia e la sa svecchiare a modo suo ma che effettivamente non ci mette mai niente di proprio. Mancano ancora dei punti essenziali in questa band ma le capacità e i mezzi ci sono, l'idea in se non è malvagia ma richiede uno sforzo di personalizzazione e direzionamento importante. Molto spesso sembra di star a sentire il cantante dei Veil Of Maya che canta sotto le canzoni rallentate del 50%.
Lo sforzo fatto per partorire questo debutto è indubbio ma a mio modo si potevano benissimo mettere quei 3-4 episodi più riusciti in un EP e tentare la fortuna. In futuro magari decideranno se rimane attaccati ai soliti nomi o finalmente spingere su musiche più recenti (per quanto ci sia una componente Deathcore essa è minima rispetto le altre). Buona fortuna!
Year : 2013
Genre : Metalcore, Deathcore, Melodic Death Metal
Record Label : Indipendent
Sounds Like : In Flames, Veil Of Maya, King Conquer Reviewed by : Edoardo
Year: 2013
Genre: Groove Metal/Melodic Death Metal
Record Label: Napalm records
Sound Like: Chimaira,Lamb Of God,Machine Head
Reviewed by: Edoardo
Sentence: hold back the day
I DevilDriver rescindono con RoadRunner e passano su Napalm.
Esce il singolo Ruthless, una merda biblica, ma porco dio come si fa a scrivere canzoni così brutte e copiate dai Pantera, anzi da Walk.
Ascolti il cd e mandi tutti affanculo.
I DevilDriver SONO TORNATI. Non quelli di un tempo, la band ha cercato ad ogni cd di dare una impronta personale al lavoro e di distinguerlo, con questo nuovo Winter Kills siamo in mezzo al Melodic Death di Pray For Villans e The Last Kind Words. Ottimo, eccellente, superba scelta di scale e armonie per condire il groovy dei nostri, azzeccatissimi i toni e le accelerazioni non che qualche breakdown monolitico in vecchio stile ed una ballata finale stranissima e riuscitissima ( la cover di Sail dei Awolnation).
Il cd gode di 4 pezzi da panico, roba che sta benissimo al confronto per qualità coi vecchi capolavori e stiamo parlando di Oath of the Abyss, Desperate Times, The Appetite e Curses And Epitaphs. Per la prima volta nella tracklist troviamo sostanza e qualità, a parte lo scivolone Ruthless e qualche caduta in Carings Overkill si rimane piacevolmente colpiti da tutte le tracce con qualche special ogni tanto che ti mette il sorriso tipo il mega assolo di Haunting Refrain, uno dei migliori della loro discografia o la bonus track Back Down To The Grave che pare presa pari pari dal maestoso sound dell'omonimo cd, la più Death Metal di tutte quelle rese disponibili. Si, Tripping Over Tombstones non era indispensabile e l'altra bonus Shudder (Bonustracks) non dice veramente nulla. All'interno però troviamo canzoni semplicemente buone, piacevoli, che allietano l'ascolto, niente capolavori ma ottimi passi in avanti (Gutted, Winter Kills e Carings Overkill). Stiamo parlando del primo album degno del monicker dei DevilDriver da The Last Kind Words. Non un cd perfetto ma rispetto l'ultimo Beast raggiungiamo livelli astronomici, teniamoci stretti questi giorni poichè un ritornello come quello di Desperate Times non esce tutti i giorni, pelle d'oca, PELLE D'OCA.
I DevilDriver tengono i pugni nelle mani.
Mark : 7.5/10
Year: 2013
Genre: Groove Metal/Melodic Death Metal
Record Label: Napalm records
Sound Like: Chimaira,Lamb Of God,Machine Head
Reviewed by:F rancesco Tinella
Sentence: The Devil’s Music
Puntualmente,ogni 2 anni,arriva una nuova mazzata sui denti firmata DevilDriver.
“Winter Kills” lo aspettavo con molta trepidazione,dato che “Beast” mi era garbato parecchio e “Prey For Villains” mi fa mettere le mani in testa per l’incredulità e la gioia,ogni volta che lo ascolto.
I fattori che mi hanno fatto amare I DevilDriver sono sostanzialmente 2:la voce di Dez e il lavoro di batteria di Boecklin,senza nulla togliere nulla al resto della band,validissima.
Il cambio di etichetta mi aveva reso un po’ dubbioso,ma ero comunque certo che i nostri non potevano sputtanarsi facilmente.E la cosa è stata confermata con “Winters Kills”.Un album potentissimo,incazzato come sempre,indiavolato e sfacciato,riuscendo a trovare addirittura dei piccoli spazi per sperimentare nuove soluzioni musicali.Una produzione eccellente(curata da Mark Lewis) che risalta anche il basso rimasto assopito nelle produzioni precedenti.
Funziona tutto:le ritmiche sempre aggressive,le chitarre sempre fresche,e Fanfara più in forma che mai.
“Ruthless” scelta come primo singolo,aveva fatto storcere il naso a parecchi,me compreso perche la consideravo abbastanza “lenta” per lo standard della band.Poi però è cominciata a crescere dentro di me,riuscendomi a farla apprezzare a pieno.A dir la verità,l’intero album,ad un primo ascolto,mi aveva reso abbastanza indifferente,poi con più ascolti,tutto ha cominciato ad essere incastonato in un preciso contesto.Il concetto di sperimentazione è rappresentato al massimo da “Sail”.Sin dai primi 10 secondi,sembra aver cambiato disco!Poi realizzi che è una cover degli Awolnation,una band electronic rock americana,sinceramente a me sconosciuta.Ma la cosa spettacolare è che sembra davvero una canzone dei DevilDriver,stranissima ma al contempo riuscitissima.
Come in ogni album,i DevilDriver riescono a reinventarsi,proponendo la stessa formula che li caratterizza,arricchita con nuove strutture,nuove soluzioni e a presentare ogni volta un lavoro uguale ma “diverso”.”Winter Kills” riconferma una bad che ormai è una garanzia con grande esperienza alle spalle,e che con grande perseveranza,continua a proporre il proprio stile non curandosi delle mode attuali.E comunque ricordate:Il diavolo non ascolta Black Metal,ma i DevilDriver.
Year: 2013
Genre: Melodic Death Metal, Modern Metal
Record Label: Napalm Records
Sounds Like: Amaranthe, Lacuna Coil
Reviewed by: Edoardo De Nardi
Sentence: Molto rumore per nulla
Siamo ormai nel 2013, e dopo oltre un decennio l’inizio del nuovo millennio, comincia a delinearsi abbastanza chiaramente l’evoluzione che un genere certamente non mainstream come il metal ha subito dal 2000 in poi. Se da una parte, dopo l’esasperazione e l’esplorazione dei versanti più pesanti e veloci da parte di generi come il thrash, il death ed il black metal, si è cercato di approfondire il discorso atmosferico/ipnotico/minimale, con il fervente sviluppo delle correnti “post-qualsiasi cosa” e le nuove frange dell’extreme metal più oscuro e catacombale, dall’altra ci si è invece mossi dalla parte opposta, subendo inevitabilmente la pressante influenza di correnti musicali certamente più easy-listening e legate a metodi e logiche di distribuzione e promozione massive e seriali: in altre parole, il metal, dopo aver rinnegato per decenni con orgoglio una qualsiasi familiarità con la pop(ular) music tanto in voga, ha ceduto il passo a delle forme ibride tra pesante e leggero che, anno dopo anno, sembrano avvicinarsi sempre più sfacciatamente a pubblici eterogenei lontani dalla concezione “true” che caratterizzava l’ascoltatore “metallaro” medio fino a qualche anno fa. Gli Evanescence, gruppo pseudo-metal risucchiato ormai dall’oblio discografico, avevano per molti aspetti aperto la strada a questa nuova concezione del rock duro, mischiando un immaginario gothic-metal ad una musica nella sostanza ammiccante e ruffiana, capace di passare senza difficoltà tanto nelle radio più commerciali, quanto nelle sale rock generalmente frequentate da truci “defender” del vero verbo del metal. In realtà, esistevano già da prima alcune formazioni che avevano tentato con dubbio successo la via delle “female fronted bands”, e va reso merito ai Deadlock di appartenere di diritto alla prima schiera di gruppi ad aver utilizzato l’oramai stra-abusata accoppiata strofa incazzata con voce maschile vs. ritornello melodico e suadente realizzato dalla ennesima stra-figa di turno, visto che le origini della band risalgono addirittura al 1997.
Da allora, ne è passata di acqua sotto i ponti, i Deadlock hanno rilasciato ad intervalli abbastanza regolari ben 5 cd, eppure, nonostante il loro status pionieristico nel settore, non sono mai riusciti ad emergere e ad affermarsi come hanno invece fatto in passato i nostrani Lacuna Coil, o in tempi più recenti formazioni moderne come i lanciatissimi Amaranthe. Il motivo è presto detto, e risiede nella mediocre qualità proposta dalla loro musica: a volte infatti, trovarsi nel posto giusto al momento giusto può rappresentare condizione necessaria ma non sufficiente per fare il grande salto, soprattutto se tale caratteristica non è accompagnata da un’oggettiva qualità della musica proposta.
Arriviamo così al nuovo “The Arsonist”, nuova opera del gruppo rilasciata per la prima volta dopo anni di collaborazione con Lifeforce per Napalm Records, che sostanzialmente continua senza grandi clamori il percorso iniziato dal gruppo ormai 16 anni fa. Rispetto agli esordi, il Melodic Death Metal dei Nostri si è furbamente evoluto in un Modern Metal muscoloso e bombastico nelle parti distorte, molto seguito dai nuovi metal kids di tutto il mondo, alternato a stacchi con voce femminile iper-melodici e facilmente memorizzabili, come imposto dagli abusati trends del genere. Se le prime tracce, “The Great Pretender” e “I’m Gone” riescono a reggere il colpo in maniera abbastanza decorosa, il seguito della tracklist è un susseguirsi di brani prevedibili ed abbastanza noiosi, vivacizzati talvolta da inserti elettronici piuttosto approssimativi, inseriti solamente per accodarsi ancora una volta all’estetica cyber-futuristica dei nuovi generi in questione. Sempre in questa ottica, la minestra viene allungata da due remix finali di “Dead City Sleepers” e “As We Come Undone”, brani presenti in scaletta e resi irriconoscibili dal nuovo mix, che in realtà poco aggiungono al gramo spessore del platter. L’ultimo entrato John Galert fa la voce grossa, cercando inutilmente di aggiungere pesantezza e cattiveria che contrastino con gli angelici interventi di Sabine Scherer, mentre la sezione strumentale resta timidamente in secondo piano ad assecondare l’ugola della singer, proponendo in continuazione ritmiche spezzate a cavallo tra il metal-core del passato ed il groove metal del presente. Saltuariamente, qualche linea melodica di chitarra fa la sua fugace apparizione, sbrodolando però una serie di scale che sembrano più esercizi di riscaldamento che veri e propri fraseggi chitarristici. I cori di “The Arsonist” e “The Final Storm” tentano di aggiungere epos all’album, ma è solo con “Hurt” che si cambia veramente registro: la canzone, basata solamente su di un giro di piano e la voce sofferta della Scherer, non sfigurerebbe affatto nella nuova versione di X-Factor, tanto è l’afflato melodico e radio-friendly della canzone! Si segnala come migliore del lotto la cover di “Small Town Boy”, eseguita originariamente dal trio synth-pop britannico Bronski Beat, icone gay degli anni ’80. In questo caso, la versione metallizzata dei Deadlock riesce a strappare più di un sorriso e curiosamente, anche Sabine riesce a trovare su questa canzone la sua dimensione ideale, non andando a stridere fastidiosamente con il resto della musica come nel restante materiale proposto; significativo comunque, che il combo tedesco dia il meglio di sé su di una cover pop conosciuta a livello planetario! Partiti come una promettente Melodic Death band, oggi i Deadlock si trovano ad inseguire miseramente gli standard qualitativi di band nate almeno un decennio dopo di loro, sottolineando come, probabilmente, lo stallo citato nel loro nome, rappresenti l’essenza stessa della loro musica.
Year : 2013
Genre : Melodic Death Metal
Record Label : Nuclear Blast
Sounds Like : Carcass
Reviewed By : Edoardo
Sentence : Heartwork
-facciamogli sentire super virtuosismi melodici "blblblblblblblblblblblgnagnagneeeeeoooooooo" (w le onomatopee)
- qui infiliamoci il riffone lento super smielato, dai, è la title track!
- dobbiamo iniziare bene, facciamo le prime 2 canzoni da meno di un minuto
- l'ultima traccia deve durare di più
- che facciamo qua?
- assolo
- che facciamo qua?
- assolo
- che facciamo qua?
- assolo
- che facciamo qua?
- assolo
- che facciamo qua?
- assolo
- che facciamo qua?
- assolo
- che facciamo qua?
- assolo
- la granulazione oscura dei mulini satanici
- 6226961
Dio mio preferirei seguire una lezione di chimica che scrivere questa recensione, ma va fatta.
I Carcass nel 2013, semplicemente 17 anni dopo Swansong. Cose utopiche, e vien da pensare che se l'ultimo cd Necrophagist risale al 2004 possiamo aspettare benissimo il 2021 per il prossimo lavoro.
Surgical Steel è atteso come la venuta del Cisto.
La critica con una sola canzone s'è divisa tra inutilità della proposta, canzone da urlo, una merda totale. Non oso immaginare con un intero album.
A livello di stile riprende fortemente il periodo Necroticism-Heartwork cosa che tutti volevano ed era l'unica cosa sensata da poter fare una volta tornati sulle scene. La mia impressione generale è che prima di fare questo cd la band avesse collezionato ottime idee, veramente ottime, ma non abbastanza per portare in auge un cd stellare. Un esempio eclatante è Noncompliance to ASTM F 899-12 Standard che presenta delle grandissime parti soliste, armonizzazioni epiche e qualche chorus intelligente ma tutto il resto è due coglioni enormi : tutte le strofe e l'ultimo terzo della canzone fanno venire il sonno pesante non che presenta a 5.44-5.52 un chiaro tributo a Heartwork.
Andando con calma ed ordinatamente troviamo che le prime due canzoni durano manco 2 minuti a testa, la prima è un'intro (1985 è l'anno in cui si formò il primo nucleo dei Carcass sotto il nome di Disattack -vedi http://www.metal-archives.com/bands/Carcass/14 ) evitabile od incorporabile nella seconda. Thrasher's Abattoir non ha senso di vedere la luce nel mondo poichè parto da qui dicendo che ho visto ogni canzone di questo cd nell'ottica "aveva senso pubblicarla? Ha senso per la storia musicale dei Carcass?" al fine di valutare se facevano meglio a starsene a casa oppure veramente passare in studio e registrare questi 47 minuti.
Cadaver Pouch Conveyor System riscatta i primi quattro pessimi minuti con una prova sufficientemente convincente anche se allungata con parti evitabili e poco sincere. Con un crescendo notevole si passa A Congealed Clot Of Blood e The Master Butcher's Apron che a mio modo di vedere è una delle due tracce veramente da ricordare di questo cd. Arrivati quasi a metà cd si ha la sensazione che si stia migliorando piano piano. Specialmente per le ultime due canzoni citate valeva la pena spendere tempo e quindi fin qui si può essere discretamente soddisfatti dell'operato.
Successivamente troviamo Noncompliance to ASTM F 899-12 Standard (già trattata) e The Granulating Dark Satanic Mills. Ok, nome stupido, MA CHE CAZZO DI CANZONE HANNO TIRATO FUORI? PORCO IDDIO??? L'heartwork dei giorni nostri, un classico del Melodic Death che va veramente visto come il diamante del cd.
Allo stesso modo la pubblicazione non prende d'improvviso senso per 2-3 canzoni riuscite bene. Meglio continuare a parlarne prima di esultare...
Unfit For Human Consumption è una traccia onestissima, degna di qualche riff intelligente e strofe dal sapore Thrashy, niente male, anche qui ci troviamo d'inanzi ad una canzone ben studiata e ricca di spunti propositivi. Dopo ciò ti trovi di fronte la title track e pensi "dai dai cazzo potete confermarvi!!!" ed invece 316 L Grade Surgical Steel è la traccia peggiore del cd, fatta con 4 riff buttati la, uno più brutto dell'altro, il main riff è abominevole, agghiacciante, nemmeno Bon Jovi lo avrebbe messo in una sua canzone. Ripugnante e pacchiano fino al midollo, attenti a non rigettare parte del fegato una volta finita la canzone. 5 minuti e 20 fatti con cosa? COSA????? Madonna, un pallottola sulle palle avrebbe fatto più piacere.
Captive Bolt Pistol la conosciamo tutti e secondo me è il terzo grande pezzo insieme a The Master Butcher's Apron e The Granulating Dark Satanic Mills di questo cd.
AIUTATEMI A CAPIRE A CHI HANNO PLAGIATO IL RIFF DELLA STROFA DI Mount Of Execution. Questa canzone metà è un plagio e metà è fatta d'assoli, DUE MARRONI... (il riff di chiusura è simile a questo)
Ed alla fatidica domanda "aveva senso registrare quest cd?" la risposta è...
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Ma vaffanculo alla fine si...
Ok, ci sono parti largamente evitabili e che fanno salire la criminalità ma tutto sommato è pienamente sufficiente ed anzi ci regala tre pistoloni da spararsi a raffica e senza sosta per i prossimi mesi.
Nonostante l'impegno titanico di Jeff e Bill di scrivere un cd che fili e funzioni dall'inizio alla fine anche mancando di solidità e contenuti ci sono parti in cui è realmente troppo evidente come sia stato effettivamente tirato la, così a caso,che con la prima idea in mente si abbia completato le canzoni.
Anzi, come detto, è capitato che si partisse da un paio di intuizioni clamorose per poi contornarle con il vuoto cosmico assoluto. Affianco a ciò troviamo però esempi di lucida follia e classe, eleganza e maestria nel song writing, un lotto di canzoni (A Congealed Clot Of Blood, The Master Butcher's Apron, The Granulating Dark Satanic Mills, Unfit For Human Consumption, Cadaver Pouch Conveyor System e Captive Bolt Pistol) ben sostanzioso che merita l'ascolto a prescindere, A PRESCINDERE. Perchè d'altronde sono i Carcass e io vi dico che nonostante qualche incazzatura vale la pensa sentirselo.
Year: 2013
Genre: Melodic Death Metal with Doom elements
Record Label: Stygian Crypt Productions
Sounds like: October Tide, Saturnus, Swallow The Sun, Eternal Tears of Sorrow
Rewieved by: Giorgio
Sentence: Improving track to track
Dalla Svezia con furore gli Anachronaeon arrivano alla quarta fatica discografica The Ethereal Throne. Molto attenti alla scena nazionale traggono ispirazione principalmente dal Death melodico infarcito di elementi Doom dei primi October Tide e il Death melodico un po' farlocco degli Eternal Tears of Sorrow pieno di intermezzi acustici, ma senza l'overdose di tastiere di questi ultimi (che sono la cosa che proprio non sopporto). Nei puliti il cantante Patrik Carlsson pare invece ispirarsi palesemente alla scuola del Death Doom melodico attingendo a piene mani dallo stile dei Saturnus.
La proposta del gruppo non brilla per originalità e devo dire il disco parte anche con le tracce in un certo senso peggiori, quelle più scontate e la seconda The Essence Of My Only Becoming non brilla per riffing. La svolta arriva con Defying My Master dove il gruppo trova l'ispirazione e butta là un bellissimo pezzo di Death Doom melodico dall'intro acustica stupenda che globalmente ricorda un po' gli In Flames di Whoracle fusi con i Saturnus di Paradise Belongs To You. Da questa inanellano altri buoni pezzi che sinceramente non capisco perché non hanno messo prima visto che come qualità sono a mio avviso nettamente superiori alla media, coniugando bene riff potenti e veloci con belle melodie e intermezzi più lenti e malinconici. In definitiva The Ethereal Throne è un disco un po' mutilato, con una parte piena di buone idee anche se non particolarmente innovative, ma un inizio abbastanza moscio da non prendere quasi per niente. Facciamo che per stavolta se la cavano con un sei politico, ma giusto perché sono sensibile a un certo tipo di melodie.
Year : 2013
Genre : Melodic Death Metal
Record Label : Century Media Records
Sounds Like : Dark Tranquillity
Reviewed by : Edoardo De Nardi
Sentence: Total Tranquillity!
Dark Tranquillity, anno 2013. Dopo ben 22 anni di carriera in cui i Nostri hanno definito, rimodellato ed adesso sconvolto le coordinate stilistiche del cosìdetto melodic death metal, ci troviamo tra le mani la decima uscita discografica della band, edita dalla ormai fedelissima Century Media che pubblica con continuità i dischi della band dallo storico “Projector” del 1999 e per la quale il quintetto di Gothenburg rappresenta sicuramente la punta di diamante del proprio roster.
Prendendo come metro di paragone proprio alcuni dei full-lenght più celebri ed acclamati dai fans, come “The Gallery”, il sopracitato “Projector” o “Haven”, risulta impossibile non registrare un profondo cambio stilistico che, da alcuni album a questa parte, sta interessando il processo compositivo degli svedesi, sempre più propensi verso il “melodic” e sempre meno verso la componente death metal del proprio sound. Già alcuni spunti di “Fiction” e molte parti del precedente “We Are The Void” ci avevano mostrato la fascinazione subita dai Dark Tranquillity verso lidi radiofonici e soprattutto elettronici, con numerosi momenti dediti a vere e proprie atmosfere algide o futuristiche, accompagnate però nel sottosuolo sempre dall’anima più dura e gagliarda della band. “Construct” invece, ci presenta un lotto di canzoni assolutamente votate alla melodia nel senso più “mainstream” del termine, con buona pace per tutti gli appassionati della prima ora che amavano le ritmiche telluriche ed aggressive dei primi lavori. Oggi, di ritmico è rimasto ben poco, delle prime, indimenticabili partiture delle canzoni degli esordi rimane solamente un vago sentore nei momenti più concitati del cd, invero molto sporadici e contenuti.
Si parte con una doppietta iniziale emblematica di quanto detto fin’ora: “For Broken Words” tenta di giocare su di un’atmosfera sinuosa e sensuale con risultati alterni, mentre “The Science Of Noise”, dopo una partenza che lascia ben sperare, si arena rapidamente sull’ennesimo mid-tempo che caratterizzerà ogni canzone dell’album. Dopo di questi è il turno di “Uniformity”, primo singolo di “Construct” sentito in Rete già da qualche tempo: anche in questo caso, i Dark Tranquillity giocano l’intero brano su melodie e refrain facilmente memorizzabili, affidando alla calda voce di Mikael Stanne il grosso del lavoro. Si tratta tuttavia di un singolo abbastanza piacevole e delicato, apprezzato sicuramente dai fans dell’ultima ora del quintetto svedese. I toni si fanno più concitati ed incazzosi nelle successive “The Silence In Between” e “Apathetic”, ma si tratta di accelerazioni effimere, in quanto, dopo pochi secondi di rabbia musicale, si torna alla solita minestra riscaldata, così come in “Endtime Hearts” e “State Of Rust”, forse le due canzoni più vicine al vecchio stile della band, ma comunque profondamente influenzate dal nuovo corso stilistico. Chiudono il discorso “Weight Of The End” e “None Becoming”, che sulla falsariga dei brani iniziali, ci portano con dignità al termine di questo “Construct”. Nei quarantadue minuti di musica proposti, i Dark Tranquillity ci presentano del materiale certamente manieristico ed un po’ spompato, che per uso melodico delle chitarre e quasi totale assenza di comparto ritmico, ricorda più un gruppo (melodic) black metal che non una delle prime icone del “Gothenburg-sound” dei tempi che furono: ciònonostante, non si può negare l’indubbia classe e maestria con la quale questi svedesi concepiscono, scrivono e pubblicano musica che, per gli innumerevoli band-clone di Stanne e soci, rimane solamente un lontano miraggio.
Year : 2013
Genre : Melodic Death Metal Record Label : Metal Blade Records
Sounds like : Satan that are pissing of on your mother...
Reviewed by : Edoardo
Sentence : Evergreen
In questi ultimi due mesi ho ascoltato a palla due discografie, quella dei August Burns Red e dei The Black Dahlia Murder. Sono diventato un grande fan della band, conosco i testi e tutto in meno di 3 mesi. Premettendo quindi che potete trovare nelle ultime mesate tutta la discografia per capire che cosa mi piaccia e cosa adori del la loro musica comincerò a descrivere il nuovo Everblack partendo dalle analogie e differenze rispetto la discografia.
Il primo punto di continuità che si rintraccia è la vena neoclassica che viene ampiamente diluita e rarefatta, non alla ritual in cui sfondava i timpani ogni 3x2, dosata con cura sino alla citazione d'autore su Map of Scars dove Beehetoven viene riesumato. Si continua ad aggiungere caratteri black metal alle armonizzazioni sempre più glaciali e meno Melodic Death Metal, insomma di canzoni come Death Panorama nemmeno l'ombra. Il minutaggio delle canzoni aumenta senza perdere di intensità, niente buchi melodici infiniti, niente sezione solista messa come ponte da una metà all'altra della canzone con 3-4 note a far da cornice. La band pare maturata molto sotto il profilo della costruzione delle singole canzoni con moltissime meno ripetizioni, c'è caso che hanno fatto pure 4 volte uno stesso riff in modo diverso, quasi non ci credevo quando l'ho sentito (è su Goat of Departure).
Si continua inoltre a sperimentare altri tipi di armonizzazioni vicine per quanto mi riguarda allo stile dei Death di Leprosy e Spiritual Healing, a vederla con occhio lungo pare proprio la band capostipite del Death ad aver maggiormente influenzato lo stile dei nostri a questo giro o almeno i colpevoli delle "innovazioni" del sound. Per confronto con gli altri cd possiamo vedere questo una perfetta via di mezzo tra Deflorate e Ritual in tutto e per tutto.
A livello di contenuti penso ci sarà assai da dibattere. Trovo un paio di tracce (Blood Mine e Control) scritte molto a tavolino, per dire l'intro e il bridge dopo di Blood Mine son fatti con le stesse note e con quasi la stessa sequenza di Stratutory Ape. Oltre il fatto che ovviamente sono prive di riff vincenti e le armonizzazioni sono scialbe.
Ovviamente si apre con la What Terrible... di turno ovvero In Hell Is Where She Waits for Me che denota tutte le novità e le caratteristiche di questo nuovo cd, un bel biglietto da visita per capire come andranno le cose. Il cd poi ha un paio di tracce per sviluppare ampiamente il tutto ovvero Raped in Hatred by Vines of Thorn/Phantom Limb Masturbation in cui sfoggiano il maggior numero di soluzioni vincenti. Ecco se c'è una cosa che manca alla quasi totalità delle tracce è un chorous da ricordare, il caro travis nonostante abbia ampliato e migliorato il suo stile di cd in cd pare che si sia scordato come si fanno ritornelli del calibro di Moonlight Equilibrium. Questo forse viene meno anche perchè il riffing sotto è diventato ancora più articolate e diventa difficile sfoderare linee vocali degne di nota sotto una scarica infinita di 16esimi. Ottimo e da lode per dire il riff groove coi bending di Their Beloved Absentee dove qui anche l'interpretazione canore è positiva. L'unico momento dove possiamo ricordare con facilità le metriche di Trevor è nella semi title track Into the Everblack che si presta bene grazie a soluzioni ritmiche MOLTO accomodanti e potenti, adatte a far dare il meglio con un pizzico di ispirazione. Menzione particolare va data a Every Rope a Noose che risulta una traccia assai indecifrabile ed enigmatica, il riffing disegna dissonanze glaciali e momenti puramente Black Metal alla Dissection il tutto esplode poi in un ritornello molto In Flames, una delle tracce più peculiari e singolari della loro discografia, quel più che serve a valorizzare e dare varietà alla tracklist.
Altra menzione speciale va per Goat of Departure che apre in modo assai scontato come a dire "ok vi do un po' di roba in vecchio stile ok?" e continua in modo assai Old School elaborando il main riff e facendoci vari ricami da bravi sarti. Ottimo il break dove c'è il primo vero Chorous della loro discografia che inneggia un "Six! Six! Six!" che tutti i fan non vedono l'ora d'urlare.
Per concludere a parte quelle due tracce messe la tanto per il cd risulta l'ennesima evoluzione, salto triplo carpiato con avvitamento del gruppo, ancora più marcatamente glaciali e Black Metal, moderatamente neoclassici, ancora più fortemente Death Metal nel senso puro del termine senza canzoni come Malenchanments of the Necrosphere o sferzate di terzine senza fine. Forse, il lavoro più Old school dai tempi di Miasma. E, tanto per cambiare, è ovviamente un gran cd.
8/10
[con questo cambia anche il voto di Deflorate visto che personalmente lo trovo complessivamente un lavoro migliore]
Year : 2013
Genre : Melodic Death Metal
Record Label : Nuclear Blast
Sounds Like : The First 3 Cds
Reviewed by : Edoardo
Sentence : Finally a good work!
Quello che Halo Of Blood rappresenta è sicuramente quanto di meno scontato ci si potrebbe aspettare dal combo finnico. La band riprende a mani basse quello che fu il suond di un tempo per atmosfere, scelta di scale, andamento dei riff meno tritellato e continuo, tastiere a far da sfondo, contorno di alta classe a volte ma mai in iper evidenza. Quasi un andamento Thrash in alcune tracce. Quasi un senso vago di quel vecchio Death Metal con cori rudi e prepotenti e niente canticchiate finocchie dell'ultima ora. In molti tratti si percepisce una spinta quasi Hardcore vecchio stile per irriverenza e sfrontatezza dei riff a questa viene alternata la solita maestria delle asce che si dilettano in duelli solistici (per me orribili) ma fatti bene e ben inseriti nel contesto del cd. Annichilente l'inizio di Dead Man’s Hand On You che sembra quasi resuscitare i vecchi Sentenced, poi però arriva la solita band da party, quelle canzoni vuote e frivole che fanno scendere il cd come non dovrebbe. Il contrasto pare ancora più evidente visto che le ultime 3 tracce sembrano uscite dal cd precedente e stridono ardentemente con i lavori più "sofisticati" di Bodom Blue Moon (The Second Coming) e Scream For Silence (che deve moltissimo agli In Flames delle ultime annate). In generale anche la title track, meno l'opener, fortemente Transference per un crescendo notevole e fortemente improntato sul passato.
Un cd con un vero carattere, una vera storia, un filo, idee, forze dopo 2-3 album assai forzati è venuto il momento in cui essere baciati dagli Dei per i COB, perchè un'altro fallimento (almeno per me) come l'ultimo avrebbe reso la band la cosa più inutile, seccante, frivola e banale del Metal. Loro si che hanno smacchiato il giaguaro!
Year: 2013
Genre: Melodic Death Metal
Record Label: Nuclear Blast
Sounds Like: Children Of Bodom, Arsis
Reviewed by: Edoardo De Nardi
Sentence: (Un)welcome back!!!
Torna con un nuovo parto discografico James Malone, da sempre indiscusso master mind della compagine americana Arsis, giunto con il presente “Unwelcome” al ragguardevole traguardo della quinta release in full-lenght, licenziata anche stavolta dalla tentacolare Nuclear Blast. Rispetto al recente passato, rappresentato dal precedente “Starve for the devil”, sembra che stavolta il gruppo abbia riacquistato quella compatezza e quella vena arcigna che aveva permesso al quartetto di attirare l’attenzione un po’ di tutti qualche anno fa, compresa appunto quella della mastodontica etichetta tedesca, lasciando un po’ in disparte le velleità più “easy listening” ben presenti nelle ultime releases. Chi infatti ricorda ancora un Malone tamarrissimo ed iper-melodico nel video di “Forced to Rock” dovrà completamente riadattarsi al nuovo stile del cantante, oggi più che mai concentrato su partiture aggressive e canzoni dal forte piglio death metal, riportando alla mente in più occasioni l’ottimo esordio a nome “A Celebration Of Guilt”. Del debut album i Nostri sembrano riprendere largamente un utilizzo costante e “a tappeto” della doppia cassa, delle scream vocals nuovamente indiavolate e soprattutto una qualità chitarristica finalmente ritrovata dal chitarrista americano. Non mancano certamente le classiche “sviolinate” melodiche che hanno spesso portato gli Arsis ad uno scomodo paragone con i compagni di scuderia Children Of Bodom, ciononostante in “Unwelcome” esse risultano discrete e ben inserite, mai troppo eccessive e non legate alle solite progressioni da manuale che rendono i moderni cd melo-death fondamentalmente tutti uguali. Si percepisce invece una certa ricerca anche in materia di melodie, nonostante le carte migliori il gruppo se le giochi quando decide di puntare spudoratamente sul versante metal della loro proposta, con blast-beat a ripetizione, riffs ultra-plettrati ed una pasta sonora compatta e pesante.
“Carve My Cross” rappresenta in questo senso probabilmente la migliore canzone dell’album, ma anche la centrale “Let Me Be The One” non scherza affatto, con le sue ripartenze fulminanti ed un break centrale dal vago sapore black. Come detto, convincono un po’ meno gli episodi dove si cerca a tutti i costi la strizzata d’occhio ad un pubblico meno “underground” rispetto al target principale della band (Choking on Sand), ma sono sicuro che in questo, anche l’etichetta abbia giocato un ruolo centrale e non trascurabile. Un plauso infine va alle parti solistiche di Malone, vero e proprio “guitar-shredder” alla vecchia maniera, capace però di creare assoli sentiti ed emotivi e non semplici successioni di sbrodolamenti iper-tecnici dalla dubbia resa musicale. Ascolto piacevole, che certo non cambierà le regole ed i connotati del genere, ma che ci presenta una band tornata prepotentemente agli standard qualitativi di quasi 10 anni fa, che certo non è poco.
Year : 2005
Genre : Melodic Death Metal
Record Label : Metal Blade Records
Souns Like : Dismember, At The Gates
Reviewed by : Edoardo
Sentence : A Vulgar Picture
Riportiamo l'ordine nell'universo italiano dei TBDM.
Miasma arriva 2 anni dopo il debutto e diventa il primo banco di prova per la band che dovrà rispettare attese dei grandi fan e sfidare la critica cercando di personalizzarsi. Il vero punto di svolta sta in un passaggio più marcatamente metalcore di alcune melodie che strizzano l'occhio a quello che stava girando per la maggiore in quel momento (Trivium, All That Remains). Pur rimanendo di connotazioni scandinave per la maggiore, il sound vede la perdita di tutti quei blast eccessivi, ridondanti ma effettivamente funzionali di Unhallowed, per concentrarsi da li in poi all'alternarsi delle due mode, quella più Old School (A Vulgar Picture e Statutory Ape) e quella più moderna di Flies e Dave Goes To Hollywood. La formula vince poichè riesce ad unire un pubblico fino a quel tempo essenzialmente diviso ed orfano di band come At The Gates e Carcass che diedero al Death Metal quella sterzata di novità nei 90's.
La produzione un po' scialba appiattisce tutti i suoni e penalizza le chitarre, più limpida ed omogenea e quindi meno confusionaria di Unhallowed ma meno potente.
Miasma si conferma anche a distanza di anni un bel dischetto, non esplosivo ma importante a livello storico poichè segna l'ascesa della band e l'inizio di un cammino ben preciso che vedrà perfezionare gli angoli del loro sound nei cd a venire.
Year : 2003
Genre : Melodic Death Metal
Record Label : Metal Blade Records
Souns Like : Dismember, At The Gates, Dissection
Reviewed by : Edoardo
Sentence : Fuck off all trve metallers
Questa sarà più una riflessione filosofica che una vera recensione.
Unhallowed è il primo cd dei The Black Dahlia Murder edito per Metal Blade Records, anno 2003.
L'album si presenta senza fronzoli od orpelli, introduzione narrata e cataclisma di riff in stile At The Gates ultra tirati e oppressi dal blast, così si potrebbe riassumere il cd in poche parole.
Molti contestano tutt'ora la band del Michigan per una somiglianza sin troppo evidente verso le sonorità Swedish di Dismember e At The Gates, molto insultano pure un fare a dir loro "da copioni" che li ha portati nelle vette del mondo.
Sarebbe da riflettere su come l'unica band che fa Melodic Death Metal in modo incazzato senza pippe inutili, melodie gay, ritornelli isterici, col blast sia smerdata dalla critica più intransigente poichè troppo ancorata al passato di band "intoccabili". Vorrei proprio sentire, anzi vedere, un fan del Death Metal medio a non menare qualcuno ascoltando Elder Misanthropy, roba che resuscita in te le peggio follie animali, ritornello catchy da seghe, riff tritatutto, stacchetto da headbanging, smitragliate continue della batteria, bridge che ricordano persino i Dissection più animaleschi. Ora con tutto l'odio possibile verso certe band, vorrei vedere lo stronzo che sbadiglia su tale canzone. Stesso discorso per The Blackest Incarnation, pur sentendo si gli echi di tutte le band che volete, una certa scontatezza, si, sono estremamente scontati! Pur avendo già in mente il filo della canzone dalla prima nota, vi sfido a non esaltarvi di secondo in secondo, vi sfido a non voler menare qualcuno durante il "chorus" col blast a metà canzone.
Ma se pensate che questo sia il top, il colpo di grazia lo da la thrasheggiante Hymn For The Wretched che quasi in chiusura da una stoccata degna del mio sciabolatore per chiunque avesse dubbi sulla natura del cd. Menare, menare, menare e menare ancora. Non ce ne frega un cazzo se assomigliano ad altre band, se sono scontati, non ce ne frega un cazzo se per voi sono troppo "trendy" e poco Old School, mannaggia la madonna un album che ti fa venire così tanto il prurito alle mani non penso sia mai esistito, voglia di pestare a sangue qualcuno portami via.
Year: 2013
Genre: Melodic Death / Doom Metal
Record Label: Pulverised Records
Sounds like: Katatonia
Rewieved by: Giulio Valeri
Sentence: Un disco valido, seppur non sapientemente bilanciato.
Gli October Tide nacquero in un periodo particolarmente critico per i Katatonia. Dopo aver rilasciato lo straordinario Ep “For Funerals To Come” nel 1995, Blakkheim e Renkse decisero infatti di separarsi per intraprendere nuove strade: il primo fondò il suo progetto black Diabolical Masquerade, mentre il secondo insieme ad uno dei fratelli Norrman si preoccupò di dare alla luce gli October Tide. Tale esperimento durò per Renkse solo per l'esordio “Rain Without End”, disco ancora legato a quanto proposto dai primissimi Katatonia e dove è possibile imbattersi in una delle ultime performance vocali del corpulento musicista svedese con harsh vocals. Dopo un secondo disco nel '99, della formazione si perse ogni traccia per una decina di anni, anche perché dopo quel momento di incertezza la macchina sforna realease di qualità a nome Katatonia, riprese a funzionare a ritmi spaventosi, ragion per cui Fredrik Norrman optò per una messa a riposo del progetto che contribuì a delineare con Renkse. Dopo svariati anni di carriera con i Katatonia il buon Norrman decise quindi di riaprire il discorso October Tide nel 2010, cioè all'indomani della sua fuoriuscita insieme al fratello dal gruppo che si occupò in tutto e per tutto di cambiare le regole del doom (e non solo). Forti di un nuovo cantante, il nuovo “Tunnel Of No Light” sembra essere uno dei tanti sentieri che i fratelli Norrman dovranno percorrere per scrollarsi di dosso l'ingombrante passato vissuto nei Katatonia. La loro nuova fatica è un disco pieno di dissidi, dove la voglia di proporre qualcosa di fresco e personale si scontra con la pesante eredità del gruppo di provenienza. Dissidio più che legittimo, visto che il Norrman ha contribuito a creare il sound dei moderni Katatonia, essendo co-autore insieme a Renkse e Blakkheim di numerosi brani degli ultimi. Se vi siete mai domandati come suonerebbero i Katatonia al giorno d'oggi, qualora Renkse avesse continuato con le harsh vocals, la risposta è contenuta nelle nuove release degli October Tide, molto semplice. Si inizia dunque con “Of Wounds To Come” ,“Our Constellation” ed “Emptiness Fulfilled”, brani dotati di un ottimo impatto grazie a riff convincenti e che colgono nel segno, per poi arrivare a tracce particolari, di buona qualità, ma completamente sommerse da quella voglia di malinconia a tutti i costi, che finisce per annegare in alcuni momenti anche la controparte più aggressiva della proposta, sfociando in esiti dal bilanciamento incerto. Tra i superstiti di questa marea d'ottobre vanno comunque segnalate “Watching The Drowners” e la successiva “In Hopeless Pursuit”, davvero degne di nota. Se siete comunque fan dei Katatonia, questo disco è caldamente consigliato, anche se siamo più che convinti che i fratelli Norrman e i loro nuovi compagni di avventure siano in grado di fare molto di più. Che stringano dunque i denti per fugare ogni possibile e fastidioso accostamento con la loro vecchia band, partendo dalle ottime basi, sicure indici di ulteriori sviluppi, tracciate in questa release.
Year : 2013 Genre : Metalcore/Melodic Death Metal Record Label : Century Media Records Sounds Like : Heaven Shall Burn Reviewed by : Edoardo Sentence : Another Strike! After all these year, we ask, at bands like HSB only to be themselves. The result is what you expect, the content is what you expect, there's no need to write about this CD. Veto it's another great CD of the german band, another great work of their discography. If you may find that some part of this CD are old and used a lot of times (the mini-solo at the beginning of "Land of the Upright Ones", for example) some things look good and become more affective, thought the triplet riffs harmonized with rhythmic solos are been used from them by a long time. Electronic effects are still used, which isn't bad, given the fact that is well used. The tracklist has 2 interesting point: the cover of "Valhalla" by Blind Guardian, in which the famous singer of the band is a guest and Beyond Redemption, the instrumental closing of this CD that shows all the love for the '90 swedish Melodic Death Metal and Doom. "Antagonized", "Die Stürme rufen Dich" and "Godiva" are well written, energic and arrogant. The already-single song "Land of The Upright", together with the other 3 song written just above, are the essential tracks of the CD, those that are worth to be listened in a live, those for why the CD has been written. I hope you won't get angry, but "53 Nations" and "Fallen" are songs that don't affect positively or negatively the album, they had been written just for increasing the listening time of the CD. So, this work it's pretty good, there are a few thing that have already been used before, but the guys pay attention at trying something new.
Year : 2013
Genre : Metalcore/Melodic Death Metal
Record Label : Century Media Records
Sounds Like : Heaven Shall Burn
Reviewed by : Edoardo
Sentence : Another Strike!
Si chiede dopo tanti anni di carriera a band come gli HSB solo di essere se stesse.
Il risultato quindi è quello che vi aspettate, il contenuto è quello che vi aspettate, non c'è quasi bisogno di recensirlo.
Veto è l'ennesimo cd vincente della band tedesca, l'ennesimo cerchio perfetto della loro discografia. Se da un lato certe trovate hanno il peso degli anni nelle loro spalle (vedersi il mini assolo all'inizio di Land of the Upright Ones) altre sembrano stare bene in piedi e prendere sempre più forza nonostante siano anni che i riff ternzinati armonizzati con soli ritmici vengono eseguiti dai loro e molti altri (vedi intro di Hunters Will Be Hunted). Si da ancora un certo peso all'elettronica ed il che non guasta visto che è sapientemente dosata.
C'è da dire che la tracklist rivela un paio di punti inaspettati come la cover dei Blind Guardian "Valhalla" in cui lo storico cantante della band fa da guest e Beyond Redemption, la strumentale in chiusura che fa intravedere tutto l'amore per la scena svedese anni 90 in campo di Melodic Death Metal e Doom.
Arroganti, sfacciate ed intraprendenti sono Antagonized, Die Stürme rufen Dich e Godiva non che il già singolo Land of the Upright Ones, le tracce citate sono quelle che danno il quid in più essenziale al cd, quelle che vale la pena sentirle live, quelle per cui il cd è stato scritto.
Non me ne vogliano i fan ma 53 Nations e Fallen sono canzoni puramente di contorno che non incidono ne negativamente ne positivamente nel complesso finale, aiutano ad aumentare il minutaggio del lavoro e basta.
Lavoro di mestiere, svolto con classe, ispirati e anche se un pizzichino scontati sempre sull'attenti pronti almeno all'interno di ogni cd di non riproporre mai la stessa cosa.
Mi trovo a recensire "Slayers Of Eden", uscita discografica dei misconosciuti Every Knee Shall Bow from USA e sinceramente, fatico a trovare parole adatte a descrivere in maniera originale la proposta del gruppo. Basterebbe infatti una rapida scorsa alle ultime releases di band conterranee come Killswitch Engage o Unearth per capire immediatamente con quale tipo di musica abbiamo a che fare. Gli Every Knee Shall Bow infatti non fanno altro che riproporre in toto i canoni di decine di altre band del settore, senza inserire fondamentalmente alcuna significativa novità capace di far drizzare le orecchie persino agli ascoltatori più scafati del genere. Riffs nervosi ma costantemente votati alla melodia, vocals alternate tra growl iper-compressi e posticci screams insieme a tempi di batteria indirizzati perennemente su dei soporiferi mid-tempos sono gli ingredienti utilizzati dai ragazzi per il loro cd, senza privarsi di un paio di break down in ogni pezzo, tanto per gradire. Il limite più vistoso insomma risiede nella scarsa inventiva posta da questi americani nei brani di “Slayers Of Eden”, che nonostante i difetti suddetti, riesce comunque a strappare qualche lieve consenso in fase di songwriting: certo, si tratta di elementi stra-abusati ed ormai un po’ obsoleti, tuttavia i brani del cd propongono delle strutture comunque studiate e abbastanza scorrevoli, proponendo in alcuni frangenti ritornelli e strofe che non faticano ad entrare nella memoria dell’ascoltatore, senza però mai levarsi di dosso quel fastidioso senso di “già sentito” che aleggia su tutto il disco, inficiandone come già detto la resa finale. In fase di missaggio e produzione le cose sono state fatte in grande, “Slayers Of Eden” non sfigura in questo senso di fronte alla pasta sonora dei “big” del genere, ed anche l’artwork del lavoro sembra curato quanto serve, riportando alla mente certe atmosfere post-apocalittiche piuttosto inusuali per questo tipo di musica. In ultima analisi, possiamo affermare che gli Every Knee Shall Bow hanno realizzato un cd formalmente ineccepibile, curato e realizzato secondo gli standard odierni con professionalità ed attenzione per i dettagli: ciò che manca realmente in questo cd, è la musica, le canzoni, la sostanza vera e propria, che mi impedisce di porre un voto anche appena superiore alla risicata sufficienza. Probabilmente i fan più accaniti delle sonorità moderne d’Oltreoceano potranno passare una mezz’oretta divertente grazie a queste canzoni: per tutti gli altri, il consiglio è quello di passare oltre, andando ad ascoltare magari le uscite recenti di Soilwork, Killswitch Engage e compagnia melodica.
Year: 2013
Genre: melodic death metal
Record label: Nuclear Blast
Sounds like: Hypocrisy dal disco omonimo in poi
Reviewed by: Matteo
Sentence: tutto quello che potreste aspettarvi dagli Hypocrisy!
Ed eccoci al cospetto di un altro dei ritorni più attesi del 2013. Il dodicesimo parto degli Hypocrisy si assesta sulle coordinate stilistiche tracciate dalla band da tre dischi a questa parte. Già, “End Of Disclosure” è forte delle idee messe in musica dalla creatura di Peter Tägtgren dal 2004 in poi. Troverete brani veloci e mazzolanti come “Tales Of Thy Spineless” e “When Death Calls”, ove i riff si susseguono con una naturalezza impressionante, ed episodi più lenti quali la titletrack e “The Return”, palesemente incentrati sulla costruzione dell’atmosfera, in questo suggeriti da dischi come “Hypocrisy” e “The Arrival”. Non mancano nemmeno momenti più pachidermici come “Hell Is Where I Stay”, tosto e monolitico alla stregua di molti pezzi di “A Taste Of Extreme Divinity”. Nemmeno a parlarne, “End Of Disclosure” è pieno di ritornelli e melodie memorabili che vi entreranno in testa e che vi ritroverete a canticchiare più e più volte. Per me “44 Double Zero” è stato davvero deleterio in tal senso! Menzione di merito per la voce di Peter, ma questo si poteva immaginare: il growl è profondo e caldo e lo scream lancinante ed incisivo. Al solito, no? Entrambi vi pettineranno come hanno fatto in molti altri frangenti, non preoccupatevi. Gli adorabili urlacci di Peter sono qui apposta per farci gasare. Mi si consenta una breve osservazione: sono assai curiose e divertenti le reminescenze amon amarthiane in “The Return” e “Living Dead”, la legnata finale dell’edizione in digipack.
Insomma, un disco pienamente riuscito. Sono molto contento di poter scrivere queste righe, considerando che l’impressione ricavata dai primi ascolti si era rivelata tutt’altro che positiva. “Non un ritornello o un riff che ti entra in testa!”, ecco cosa avevo pensato. Era da parecchio che non tornavo così sui miei passi! Chiusa la parentesi, su “End Of Disclosure” c’è poco altro da dire: se avete sempre apprezzato gli Hypocrisy, fatelo vostro. Ennesima conferma da una band coerente, che quasi mai si è adagiata sugli allori e che è sempre stata in grado di trovare novità e sorprese in grado di rendere unici i propri lavori. Avanti così, inarrestabili!
Year: 2013
Genre: Symphonic death metal (?)
Record Label: Massacre Records
Sounds Like : Kalmah, Amorphis
Reviewed by: Giulio Valeri
Sentence: Nice work!
Gli Eternal Tears of Sorrow non sono certo degli sconosciuti all'interno della scena melodica finlandese. Eppure, nonostante tutti gli sforzi fatti per consegnare all'ascoltatore dischi di ottima fattura, i sei sono sempre rimasti, ingiustamente, nell'ombra di quelli che ora sono diventati i loro altolocati colleghi. Il caso è quantomeno curioso visto che fino a una decina di anni fa, il monicker in questione figurava nei ringraziamenti dei booklet di gruppi come Nightwish e Sonata Arctica. Se a tutto ciò aggiungiamo che due membri degli Eternal hanno fatto anche parte di un super gruppo gothic chiamato For My Pain... ,dove alle tastiere figurava un certo Tuomas Holopainen ancora non afflitto dal discutibile egocentrismo che oggi lo contraddistingue, la faccenda si complica. Certo, gli Eternal Tears of Sorrow non fanno power, non nel senso più ortodosso del termine, ma c'è anche da dire che la loro proposta è facilmente digeribile anche da chi scappa a gambe levate al solo udire di uno scream o di un growl (la voce sporca di Veteläinen è tutto sommato innocua). Con delle premesse del genere fa comunque piacere constatare che i Nostri non siano ancora stati fagocitati dal colosso Nuclear Blast, sempre ben attento a non lasciarsi sfuggire gruppi simili. In quanto ascoltatori e ricercatori di musica di buona qualità, possiamo infatti solo sperare che il connubio tra la label tedesca e gli Eternal non avvenga mai o che sia previsto chissà quando in un lontano futuro. Troppe volte ci è capitato di assistere impotenti ad alcuni cambiamenti più o meno radicali e di dubbio gusto ad opera di realtà finite sotto contratto con quest'etichetta ( a buon intenditor poche parole). Fortunatamente per chi ascolta però, gli Eternal Tears of Sorrow ancora non sono stati afflitti dal “morbo Nuclear Blast” e con questo “Saivon Lapsi”, degno successore di “Children of the Dark Waters”, ne danno ampia conferma, dimostrando ancora una volta come sia possibile comporre un metal melodico originale, di ottima qualità e privo di qualsivoglia pacchianità in una scena più che mai satura ed esausta. Come in tutte le loro uscite più recenti, le grandi protagoniste del disco sono le tastiere, da sempre marchio di fabbrica del gruppo e divinamente impiegate. E' infatti incredibile il risultato che Janne Tolsa riesce a ricavare da quest'ultime: si parla di un'ampia gamma di sonorità, di synth, pad e orchestrazioni capaci di catapultare l'ascoltatore sotto le aurore boreali del nord della Finlandia, anche grazie a suggestioni gotiche e virtuosismi dal fascino a dir poco magnetico. La voce pulita di Kylmänen garantisce inoltre memorabili ritornelli e strofe ispirate che tengono ben lontano lo spettro della melassa gratuita e a tutti i costi del metal melodico degli ultimi tempi, aiutando a mantenere una certa sobrietà di fondo che non guasta affatto. Bene anche le chitarre che si fanno ricordare per assoli degni di nota, e gli interventi di voce femminile, preziosi aiuti che contribuiscono ad impreziosire la proposta dei finlandesi (“Sound of Silence”, “The Day”, “Beneath the Autumn Leaves”, “Angelheart, Ravenheart part III”). Ascoltandoli, vi accorgerete che c'è magia nella musica degli Eternal Tears of Sorrow e un livello di ispirazione difficile da trovare oggigiorno in molte formazioni. Emblema di questo può essere “Dance of December”, una dei migliori brani di un lavoro in cui sono assenti inutili riempitivi e dove tutte le canzoni si lasciano ascoltare con vero piacere. L'unica nota di demerito può forse essere attribuita alla strofa di “Legion of Beast”, penalizzata forse da un accostamento troppo irruento tra up-tempo e delicate tastiere, ma si tratta davvero più di gusto personale che altro. Le chiacchiere stanno comunque a zero: se siete fan accaniti di Kalmah e Amorphis, se vi mancano le tastiere dei Sonata Arctica di un tempo e se ancora amate le atmosfere che la scena finlandese ha contribuito a plasmare, l'appuntamento con l'ultimo degli Eternal Tears of Sorrow è un evento a cui fareste meglio non mancare. Symphonic death metal? Melodic death metal? Extreme gothic metal? Power/death metal? Poco importa delle inutili definizioni che da tempo affliggono gruppi di difficile classificazione: questi finlandesi sono riusciti ancora una volta a dimostrare di essere un gruppo capace di sfornare grande musica dalle memorabili atmosfere e questa è l'unica cosa che conta. Inutile quindi dire che qualora non foste avvezzi a melanconiche melodie e a un certo tipo di atmosfere, dovete tenervi alla larga da questi signori.
Year : 2013
Genre : Melodic Death Metal
Record Label : Spinearm Records
Sounds Like : In Flames,Killswitch Engage
Reviewed by : Samuele Mariani
Sentence : It deeps your heart
Nati a Lugano Nel 2006,questo gruppo è la possibile fonte del buon Melodic Death europeo.Premetto che non ero a conoscenza di questa band prima che io la studiassi per recensirla. Mi sono ricreduto su alcune cose ascoltando questo album: I Dreamshade pur essendo nati in Svizzera sono una band italiana visti i componenti,ad essere sincero non avrei mai immaginato che una band nostrana fosse capace di creare ambientazioni simili a quelle che ritrovo in questa opera. l' album mostra un'atmosfera energica e il viaggio inizia con la traccia “Photographs” che può già dare idea di come potrebbe essere il percorso dell’album. Improvvisamente mi cimento nelle tracce "Elisabeth",”Our Flame” e "Consumed Future"dove ho sentito il cuore riempirsi di emozioni come una spugna farebbe con l'acqua,un sound magico che ti stravolge l’anima. Le influenze sono palesi,come descritto sopra si sentono le chitarre alla Killswitch Engage e le voci stile In Flames,gli arricchimenti mai banali. Tutto sembra un amalgamarsi di cose che danno reazione ad una guerra tra aggressività e delicatezza,potrei dire che in questo album ci sono tutti i sentimenti possibili. Naturalmente non tutte le tracce mi hanno ispirato quanto quelle citate precedentemente,ma di sicuro è un album da non sottovalutare,la loro produzione di alta qualità è anche merito della finlandese Spinearm Records(Amorphis,Children of Bodom,Shining,Dark Tranquillity),che ha saputo dare una marcia in più a quella che già era un’ottima composizione musicale. In conclusione direi che i Dreamshade possono meritarsi più di ciò che hanno,perché non tutte le band che sono arrivate all’apice del successo hanno saputo miscelare le loro influenze senza creare un abomini Mark 8/10
Year : 2013
Genre : Melodic Death Metal
Record Label : Nuclear Blast Records
Sounds Like : Soilwork
Reviewed by : Antonio Lo Fiego
Sentence : Great Comeback!
Dopo un interessante ritorno sulle scene tre anni fa con The Panic Broadcast, disco di buona fattura dopo una serie di passi falsi, i Soilwork di Bjorn Speed Strid tornano a far parlare di se con due estratti dal prossimo album The Living Infinite. Ovviamente da due canzoni non si possono già tirare delle somme sulla fattura della nona fatica degli svedesi, ma ad un primo ascolto di Spectrum of Eternity e This Momentary Bliss possiamo dire che finalmente qualcuno ha tirato di nuovo le palle fuori. Forti di una ottima produzione, questi due singoli sono due belle botte ai timpani, un perfetto mix di death melodico dai classici sentori scandinavi. In particolare Spectrum of Eternity, per quanto potrebbe essere vista come un classico singolo da promo, mi ha fatto godere ben più di una volta grazie a dei riff diretti e bene incastrati tra di loro, senza inutili riempitivi blandi. Un nitro ben costruito (le cui orchestrazioni mi ricordano colonne sonore di Burtoniana memoria) danno subito idea di come la canzone si svolgerà. Particolarmente ispirata è la prova vocale di Speed, incisivo sia sulle parti harsh sia sui momenti puliti, di impatto e ben congegnati. Da notare anche la buona prova dietro alle pelli di Dirk Verbeuren, un drumming preciso sebbene in alcuni (piccoli) momenti un pò scontato. Se anche il resto degli altri brani si manterrà su questo livello possiamo finalmente godere del ritorno dei Soilwork di Steelbath Suicide e di The Chainheart Machine.
Year : 2013
Genre : Melodic Death Metal
Record Label : Bret Hart Records
Sounds Like : Drunken COB in a Orchestra
Reviewed by : Edoardo
Sentence : I CAN'T BELIVE
I Leviathan erano la promessa della Germania Melodic Death Metal, il primo Beyond the Gates ricevette responsi positivi in ogni dove e personalmente lo apprezzai molto. Venendo a noi ,quindi, incominciamo a trattare questo nuovo capitolo della saga senza però soffermarci troppo per ragioni che sotto sviscererò.
E la domanda sorge spontanea : cosa propone quindi la parte 2? Facile, merda.
Se nona avevate idee potevate fare altro cari Leviathan, porca madonna che cazzo è sta roba? riff tirati a caso, pavarotti che fa da guest, cori folk, melodie classiche in ogni dove lasciate alla meno peggio che tanto fanno da fighetti, chitarre acustiche mosce, cori in un pulito da festa dell'unità. Poi ad una certa si svegliano e incominciano a prendere seriamente il fatto di fare musica e scappano When Only Despair Remains e Last Laugh At My Existence, due tracce veramente ottime, ma il resto? Il resto è da secchione dell'indifferenziata...mio Dio che tristezza. Esplosi.