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Protector - Reanimated Homunculus


Chi non muore si rivede. Praticamente tutti avevano dato ormai per dispersi i tedeschi Protector, scomparsi dal circuito ormai venti anni fa dopo l’uscita di “The Heritage”, ultimo di una serie di album dove la band aveva messo in mostra un thrash-death furioso e molto veloce, soprattutto se considerato gli standard dell’epoca. “Golem” ed “Urm The Mad” infatti hanno rappresentato per molti thrasher dei solidi punti di riferimento per il metal di fine anni ’80, immischiato in quel periodo con le prime forme di death metal e musica estrema in generale. Il gusto per il versante più pesante del metal rimane intatto anche a distanza di tutti questi anni, ed il nuovissimo “Reanimated Homunculus” è qui per dimostrarlo in pompa magna: 37 scintillanti minuti di rabbia e violenza, nonostante, è giusto dirlo, lo smalto e la freschezza non sia più quella di due decenni fa. La prima grande differenza rispetto al passato risiede soprattutto nelle radici extra-thrash metal presenti nella proposta: se, come detto, il death metal era sicuramente il metro di paragone più calzante per descrivere le derive più estreme dei Nostri, oggi è impossibile invece non notare l’evidente influenza che i tedeschi hanno subito dal black metal e, più precisamente, da tutte quelle realtà più o meno moderne che hanno proficuamente associato ai tempi e allo spirito del thrash l’ossessività, il “casino” e la feralità del nero metallo. Abbastanza inspiegabilmente il singer Martin Missy è passato dalla voce profonda in simil-growl delle prime uscite ad una tonalità acida ed urlata, molto vicina alle screams vocals del black, per un risultato però convincente e mediamente credibile. Il riffing si è fatto meno fulmineo, ma comunque ispirato e sugli scudi, improntato più verso una infernale malignità che non verso la pesantezza quadrata del death metal. In ogni caso, a prevalere, sono le galoppate thrash di cui l’album è abbondantemente intriso, pur senza privarsi di interessanti rallentamenti e soluzioni un po’ più studiate che donano freschezza e longevità a “Reanimated Homunculus”. Le note dolenti, più che nel songwriting, vanno ricercate primariamente nelle scelte in fase di produzione e registrazione, in un discorso legato soprattutto al sound generale del disco: paradossalmente infatti, nonostante la qualità offerta sia quantomeno competitiva rispetto alle recenti uscite dei grandi nomi teutonici del genere, per quanto riguarda i suoni ci sembra sia stato combinato un bel pastrocchio, con chitarre poco incisive a causa dell’assenza di frequenze medio-basse nella resa sonora, mentre la batteria, forse tentando di adeguarsi alle moderne produzioni del settore, suona finta e male equalizzata tra le sue varie parti. Nel complesso “Reanimated Homunculus” ci riconsegna dei Protector ancora agguerriti ed affamati, forse un po’ imbolsiti dall’età ma comunque ancora carichi e consci di come suonare ed addirittura rinnovare la loro consolidata proposta: una resa sonora più generosa avrebbe sicuramente amplificato l’impatto che le nuove canzoni riescono a sprigionare, nonostante qualche passaggio trito e risentito di troppo. Un album onesto, che pur senza rievocare i fasti dei tempi che furono, non li fa rimpiangere, il che è già un ottimo risultato per questa band vissuta sempre nell’ombra dei soliti eroi nazionali, Destruction, Kreator e Sodom su tutti.

Year: 2013
Genre: Thrash-Black Metal
Record Label: High Roller Records
Sounds Like: German Thrash, Destroyer 666
Reviewed By: Edoardo De Nardi
Mark: 6,5/10  


Shining - 8 ½


Nuovo full-lenght per gli inarrestabili Shining, che a distanza di neanche un anno dall'ultima uscita tornano a farsi sentire con sei brani all'insegna della più totale negatività, confermandosi gli alfieri del Depressive Black Metal insieme ai nostrani Forgotten Tomb. Nel nuovo “8 ½ Feberdrommar I Vaket Tillstånd” non c'è quindi assolutamente spazio per le contaminazioni jazz del predecessore, piccoli spiragli di luce all'interno di una proposta che dopo alcune sperimentazioni sembra voler tornare ad esplorare le sonorità degli esordi. La produzione è quindi grezza e questo “8 ½”, pur non partendo in maniera eccezionale (“Terres Des Anonymes”, “ Szabadulj Meg Onmagadtol” e  “Ett Liv Utan Mening”  non sono granché, ma si lasciano comunque ascoltare), riesce a risollevarsi dalla quarta traccia in poi (“ Sjalvdestruktivitetens Emissarie”), dove inquietanti effetti sonori e lugubri melodie iniziano a farla da padrone, aiutati da tappeti di tastiera decisamente azzeccati. Molto belle anche “Black Industrial Misery” e la conclusiva “Through Corridors Of Oppression”.
Tirando le somme, “ 8 ½ “ si conferma dunque come un platter più che dignitoso per tutti i fan di Klavforth e un ascolto gradevole per tutti gli altri, anche se ben lontano dai risultati di eccellenza raggiunti in passato a causa della durata a volte forzatamente dilatata di alcune tracce, che strappano qualche sbadiglio di troppo, rendendolo poco scorrevole.

Year:2013
Genre: Depressive Black Metal
Record Label: Dark Essence Records
Sounds Like : Forgotten Tomb
Reviewed by: Giulio Valeri
Mark: 6,5/10


Anteater - Oxygen


Prova muscolare e di carattere quella proposta per il debutto degli Anteater, quintetto tedesco fiero porta bandiera dello stile coniato da Young And In The Way. Come sempre va più di moda al microfono troviamo una donzella e la prestazione non è deprecabile, anzi, in molti tratti riesce a sollecitare spiriti animaleschi, una giusta profondità, un graffio simile al JohnTardy dei migliori tempi.
22 minuti sono pochi ma c'è una discreta varietà che aiuta a degustare il tutto più e più volte senza problema, abili nel mischiare saggiamente e mai eccessivamente il blast beat e tutte le parti più Black a favore di un non-so-che di oscuro non ben identificato. Proposta comunque lontana dalla personalità ma decisamente incline alla strapotenza live, molti tratti basterebbe immaginarli in un contesto d'attività live per renderci conto che per quanto la produzione sia ottima, molte di queste parti riescono a dare la vera botta solo una volta sul palco e col gain a palla.
Lavoro egregio e senza sbavature, giusto un paio episodi di assestamento per riflettere e respirare (Never Seen A Sailor e Costa Del Sol - Silhouettes) per tutto il resto troviamo una ampia gamma di modi di dare ceffoni agli ascoltatori senza stancarsi mai. Perfetti i bilanciamenti tra i mid tempo e le parit più sostenute, e le parti marcatamente black ,come detto, sono funzionali e funzionanti.
Da seguire con interesse.

Year : 2013
Genre : Hardcore, Black Metal, Screamo
Record Label : Farblos Records, Phobiact Records
Sounds Like : Young And In The Way, Touchè Amorè
Reviewed by : Edoardo
Mark : 7/10


Oathbreaker - Eros|Anteros


Le folle si stanno strappando i capelli, le ragazzine urlano, cartelloni in ogni città.
Non è esattamente così ma il nuovo cd dei Oathbreaker risulta uno di quei cd da segnarsi l'uscita nel calendario e festeggiarla ogni anno, anzi, un cd che va ricordato ogni giorno ascoltandoselo sino alla nausea.
Eros|Anteros ci regala i momenti più alti del genere dagli ultimi rilasci degli Young And In The Way, la band si può praticamente sentire seconda solo al titano di mamma Deathwish Inc. La label oramai è la detentrice di tutti i migliori newcomers riguardo l'hardcore più blackettone e in visione futura si prospettano estati ed inverni siderali con band come Deafheaven, Reain, Harm's Way a dar slancio e linfa nuova, assistiti dai grandi padri Converge.
Questo nuovo parto di casa Deathwish è un maledetto capolavoro. Pecca di ingenuità con una intro evitabile ed una outro bella ma interminabile a spezzare la magia e la potenza lasciata dalle tracce precedenti. La varietà è l'elemento che più colpisce con una struttura base Hardcore si lasciano traviare da uscite Thrash (Nomads), alcune più Sludge (Offer Aan De Leegte) e ovviamente le più black No Rest For The Weary, Condor Tongue.
La potenza della varietà durante la tracklist viene unita ad una ispirazione non secondaria che accompagna ogni singola traccia musicata e cantata. Roba che ti alzi ed applaudi ed in particolare modo il duo nichilistico As I Look Into The Abyss-The Abyss Looks Into Me rappresenta una delle vette del genere con un enorme dispendio di pathos che colpisce il tuo sistema nervoso e lo fanno a pezzettini.
Un cd semplicemente clamoroso dotato anche di una intrinseca personalità data essenzialmente da una voce che definire acida è semplicemente riduttivo, uno degli scream più taglienti mai sentiti.
Roba forte.

Year : 2013
Genre : Hardcore, Black Metal
Record Label : Deathwish Inc.
Sounds Like : Young And In The Way, Jungbluth
Reviewed by : Edoardo
Mark : 8+/10


Satyricon - Satyricon


Cinque anni: tanto ci è voluto al duo più chiacchierato della storica scena black norvegese per comporre il seguito di “The Age Of Nero”, e il risultato raggiunto da Satyr e Frost con quest'uscita non mancherà, come mai prima d'ora, di dividere gli ascoltatori del gruppo. Sin dall'intro, appare subito chiaro l'intento di chiudere definitivamente la parentesi black n' roll per dedicarsi a qualcosa di più lento e solenne, che dia un taglio netto al passato. Le atmosfere frigide degli esordi lasciano quindi spazio a quelle calde ed avvolgenti, costruite su riff di chitarra dall'incedere doomy che molto devono alla lezione dei più classici Black Sabbath, influenzate in alcuni passaggi dal miglior prog d'annata e timidissimi accenni di jazz. La voce di Satyr si presenta meno furiosa del solito, persa il più delle volte in sezioni parlate che la fanno da padrone in più di un'occasione, fino a scomparire del tutto nella bellissima “Phoenix”, ballad di rara bellezza cantata dal guest Sivert Hoyem. La violenza del passato torna a rifarsi viva solo nella galvanizzante “Walker Upon The Wind” e nelle successive “Nekrohaven”, “Ageless Northern Spirit” per poi venire nuovamente alternata con parti più lente e ragionate in “The Infinity Of Time and Space”. Che i Satyricon non siano più quelli degli esordi, lo si era capito da tempo, ed è semplicemente  lodevole come questi due ragazzi vogliano spingere sempre più in là la propria proposta musicale, infischiandosene delle malelingue dei puristi. L'omonimo in questione è stato quindi dipinto da molti come un passo falso, spesso stroncato in sede di recensione. Noi non siamo dello stesso parere, e troviamo anzi il prodotto un album più che soddisfacente e tutt'altro che brutto, ma anzi pregno di un pathos difficile trovare in molte formazioni che affollano il mercato. Se per voi i Satyricon sono solo quelli degli esordi e avete fatto fatica a digerire la loro parentesi black n' roll, difficilmente cambierete idea, ma se in ambito musicale siete di larghe vedute, il prodotto qui recensito sarà per voi una sorpresa più che gradita.


Year:2013
Genre: Black Metal (?)
Record Label: Roadrunner Records
Sounds Like : Satyricon
Reviewed by: Giulio Valeri
Mark: 7/10



Watain - The Wild Hunt


Year:2013
Genre: Black Metal
Record Label: Century Media Records
Sounds Like : Dissection, Fields Of The Nephilim, Dark Fortress
Reviewed by: Giulio Valeri
Sentence: They ride on...

La Svezia è stata sempre un passo indietro rispetto alla Norvegia in ambito black. Mentre i loro cuginetti nei fiordi sperimentavano a più non posso, gli svedesi preferivano infatti rimanere ancorati ad un black metal canonico, salvo rarissime eccezioni (mai scordarsi dei Diabolical Masquerade), rappresentato con tutti gli onori del caso da gruppi come Marduk, Setherial, e Dark Funeral. Un giorno di 15 anni fa però, arrivò sulle scene un nuovo gruppo di giovani blackster con un monicker che prendeva ispirazione da un brano dei Von, storico gruppo underground statunitense, i Watain appunto. Rispetto ai loro ben più esperti colleghi, i 3 di Uppsala dimostrarono uscita dopo uscita di saper creare sempre qualcosa di nuovo e emozionante, cosa che li portò un paio d'anni fa a diventare una dei più importanti gruppi black di oggi. Li avevamo dunque lasciati con l'uscita del bellissimo “Lawless Darkness”, album che li valse il grammy svedese e una fama ormai consolidata in tutto il mondo. Inutile quindi dire di come le aspettative e la curiosità per questo “The Wild Hunt” siano a livelli vertiginosi. Le danze vengono aperte da “Night Vision”, un brano strumentale e suggestivo che proietta subito l'ascoltatore nell'oscuro universo sonoro targato Watain, in cui compare per la prima volta nella musica dei Nostri, uno strumento tanto insolito nel black, quanto decisamente azzeccato per l' atmosfera che si aveva l'intenzione di creare, e cioè la fisarmonica (l'intro di Dawnrazor dei Fields Of The Nephilim vi dice niente?). Se con i tre brani “De Profundis”, “Black Flames March e “All That May Bleed” Danielsson e soci confermano quanto fatto nel precedente lavoro, a partire dalla solenne “The Child Must Die”, arricchiscono la loro proposta con elementi impensabili prima d'ora, includendo nella nuova uscita un piccolo capolavoro che risponde al nome di “They Rode On”, ballad (sì, avete letto bene: ballad!) favolosa e vicinissima alla musica dei Fields Of The Nephilim, in cui Danielsson dimostra di essere perfettamente a suo agio anche con le clean vocals. Il disco prosegue poi alternando brani aggressivi e furiosi ad altri più cadenzati e solenni, tra cui spiccano la riuscitissima “Outlaw” e la conclusiva “Holocaust Dawn”, che con le sue soluzioni atipiche (stiamo parlando di ritmiche che imitano una sorta di sinistro carillon in alcune parti) si pone come l'ideale finale di un disco che sarebbe meglio non lasciarsi scappare per nessuna ragione al mondo. Insomma, i Watain puntano sempre più in alto, infischiandosene dei puristi con le orecchie foderate di prosciutto e dando l'ennesima prova di non sbagliare mai un colpo. Certo, hanno il brutto vizio di ripetere pochissime volte dei riff riuscitissimi, troncandoli senza pietà in favore di altri altrettanto validi, cosa che può dare fastidio, ma su cui si può facilmente soprassedere. “The Wild Hunt” è in definitiva un disco molto più accessibile del suo predecessore, meno prolisso, e che segna un'importante svolta per una delle poche band ad avere avuto il coraggio di infrangere tabù che nei circuiti black giravano da troppo tempo. Difficile ignorarli.


Mark: 8.0/10



Hierophant - Great Mother : Holy Monster


Year : 2013
Genre : Black Metal, Hardcore, Doom
Record Label : Bridge Nine Records
Sounds Like : Young And In The Way, Torch Runner, Dead in The Dirt
Reviewed by : Edoardo
Sentence : Holy Monster...

Satana avrebbe paura degli Hierophant, il sound abissale ed apocalittico del gruppo raggiunge nuove vette cristalline col secondo Great Mother : Holy Monster. I nostri abbandonano le vie di mezzo e tutto lo sludge viene buttata mantenendo una impalcatura naturalmente Hardcore e favore di brevi sprazzi Doom concentrati per la maggiore nelle ultime due canzoni. La creature mistica creata questa volta ha più armi della precedente, è essenzialmente diversa e più acida, anche lo stesso tipo di produzione ne marca i lati più selvaggi.
Le note sono ancora più fredde ed esse penetrano fino alle ossa con degli acme da brividi, per l'appunto, durante tutta la tracklist ma riservando nella parte centrale qualcosa che è descrivibile come "MANNAGGIALPORCODIDIOQUANTOE'BELLO".
Son of the Carcinoma, Son of Egotistic Love e Son of the Public Castration fanno il bello più bello, senza levare niente ad una tracklist ultra-galattica e fornitissima di eventi riusciti, delle poche canzoni a disposizione, solamente 8, non una non è un piccolo capolavoro ma la perizia chirurgica del trio sopra citato è disarmante per la bellezza consecutiva, una serie di riff uno più ammaliante dell'altro, la ferocia.
La più mid tempo Son of Four-Hands Way assesta le menti e placa i terremoti, la più doomy Son of the Black Mirror possiede un main riff che resuscita i morti ed evoca demoni da altre dimensioni. Pensare che il cd non abbia un intro e parta subito a 2000 con Son of the New Faith, poi, non fa altro che rendere sessualmente eccitante non che erotico l'ascolto die sso più, più, più e più volte sino alla perdita dei sensi.


Mark : 8.5/10



Watain - The Wild Hunt


Year:2013
Genre: Black Metal
Record Label: Century Media Records
Sounds Like : Dissection, Fields Of The Nephilim, Dark Fortress
Reviewed by: Giulio Valeri
Sentence: They ride on...

La Svezia è stata sempre un passo indietro rispetto alla Norvegia in ambito black. Mentre i loro cuginetti nei fiordi sperimentavano a più non posso, gli svedesi preferivano infatti rimanere ancorati ad un black metal canonico, salvo rarissime eccezioni (mai scordarsi dei Diabolical Masquerade), rappresentato con tutti gli onori del caso da gruppi come Marduk, Setherial, e Dark Funeral. Un giorno di 15 anni fa però, arrivò sulle scene un nuovo gruppo di giovani blackster con un monicker che prendeva ispirazione da un brano dei Von, storico gruppo underground statunitense, i Watain appunto. Rispetto ai loro ben più esperti colleghi, i 3 di Uppsala dimostrarono uscita dopo uscita di saper creare sempre qualcosa di nuovo e emozionante, cosa che li portò un paio d'anni fa a diventare una dei più importanti gruppi black di oggi. Li avevamo dunque lasciati con l'uscita del bellissimo “Lawless Darkness”, album che li valse il grammy svedese e una fama ormai consolidata in tutto il mondo. Inutile quindi dire di come le aspettative e la curiosità per questo “The Wild Hunt” siano a livelli vertiginosi. Le danze vengono aperte da “Night Vision”, un brano strumentale e suggestivo che proietta subito l'ascoltatore nell'oscuro universo sonoro targato Watain, in cui compare per la prima volta nella musica dei Nostri, uno strumento tanto insolito nel black, quanto decisamente azzeccato per l' atmosfera che si aveva l'intenzione di creare, e cioè la fisarmonica (l'intro di Dawnrazor dei Fields Of The Nephilim vi dice niente?). Se con i tre brani “De Profundis”, “Black Flames March e “All That May Bleed” Danielsson e soci confermano quanto fatto nel precedente lavoro, a partire dalla solenne “The Child Must Die”, arricchiscono la loro proposta con elementi impensabili prima d'ora, includendo nella nuova uscita un piccolo capolavoro che risponde al nome di “They Rode On”, ballad (sì, avete letto bene: ballad!) favolosa e vicinissima alla musica dei Fields Of The Nephilim, in cui Danielsson dimostra di essere perfettamente a suo agio anche con le clean vocals. Il disco prosegue poi alternando brani aggressivi e furiosi ad altri più cadenzati e solenni, tra cui spiccano la riuscitissima “Outlaw” e la conclusiva “Holocaust Dawn”, che con le sue soluzioni atipiche (stiamo parlando di ritmiche che imitano una sorta di sinistro carillon in alcune parti) si pone come l'ideale finale di un disco che sarebbe meglio non lasciarsi scappare per nessuna ragione al mondo. Insomma, i Watain puntano sempre più in alto, infischiandosene dei puristi con le orecchie foderate di prosciutto e dando l'ennesima prova di non sbagliare mai un colpo. Certo, hanno il brutto vizio di ripetere pochissime volte dei riff riuscitissimi, troncandoli senza pietà in favore di altri altrettanto validi, cosa che può dare fastidio, ma su cui si può facilmente soprassedere. “The Wild Hunt” è in definitiva un disco molto più accessibile del suo predecessore, meno prolisso, e che segna un'importante svolta per una delle poche band ad avere avuto il coraggio di infrangere tabù che nei circuiti black giravano da troppo tempo. Difficile ignorarli.


Mark: 8.0/10



Depravation - II: Maledictvm


Year: 2013
Genre: Black-Hardcore
Record Label: Dark Omen Records
Sounds Like: Integrity, Celeste
Reviewed by: Edoardo De Nardi
Sentence: Quite Good!

I Depravation ci vengono spacciati come un gruppo black metal, ma la definizione risulta quantomeno riduttiva dopo aver ascoltato il loro album d’esordio “II: Maledictvm”, visto che in realtà l’anima del gruppo trova la sua giusta collocazione in ambiti sicuramente più vicini all’hardcore metalizzato ed al metal-core più muscolare di chiara scuola americana. Rispetto infatti a The Secret, Hierophant e tutti quei gruppi che ultimamente hanno dato vita a quella pericolosa miscela tra atmosfere black e attitudine hardcore molto in voga al giorno d’oggi, i Depravation mantengono sempre abbastanza scisse le due componenti, andando così a realizzare un lavoro meno complesso, ma perlomeno non standardizzato e comunque di facile fruizione. Partendo dalla negatività degli Integrity, si aggiunge in questo caso una bella dose di melodie e fraseggi infernali ed anneriti, sempre alternati però a riffs iper-ritmati e basati sempre intorno a dei mid-tempos pesanti e ribassati. Più che la furia iconoclasta di realtà norvegesi e svedesi, in “II: Maledictvm” è più spesso presente l’attitudine “in your face” di gruppi come gli Hatebreed, sempre però pronta a mutarsi in atmosferici arpeggi devoti alla nera fiamma, un esempio su tutti la malignità di “Filth”. “Wrath” conferma nel concreto quanto detto, aprendosi con un tipico incipit black per poi rivelarsi come un pezzo incazzoso al punto giusto, con la voce acida del singer che vomita apocalittici testi su presunte vendette divine. Quando necessario, la band sa anche tirare il freno a mano per rallentamenti al limite del doom-sludge molto piacevoli, creando forse le parti dove più naturalmente vanno ad unirsi i due emisferi intorno ai quali ruota la loro proposta musicale (“Opaque”). Le chitarre sono abili nel rinnovare costantemente il risultato partendo sempre dagli stessi ingredienti, mentre il drumming regolare e quadrato è sicuramente l’elemento che più avvicina i tedeschi al versante “–core” della loro musica. Una volta capito il funzionamento dei pezzi, il disco regalerà poche sorprese all’ascoltatore, ma sicuramente una manciata di pezzi genuini ed onesti: si capisce che i Deprivation, a differenza di fin troppi colleghi nel settore, hanno pensato principalmente a scrivere brani solidi e ben strutturati, piuttosto che nascondersi dietro un’immagine da “molto fumo e niente arrosto”. Nello scorrere della tracklist, il lavoro si fa sempre più plumbeo, andando a giustificare l’iniziale identificazione del gruppo, presentando addirittura qualche accenno di blast-beat e spedalate di doppio pedale che non ti aspetteresti, mentre un basso profondo e pulsante copre sempre molto bene le frequenze basse del platter. Abbastanza convincenti sin dal primo impatto, le canzoni sapranno tuttavia far crescere il loro valore con il passare degli ascolti, soprattutto dopo che i pezzi inizieranno a girare nella testa dell’ascoltatore. Di fronte alla pletora di bands che, scoperta in seguito al successo dei gruppi Southern Lord la formula “black-core”, hanno creato un movimento praticamente tutto uguale a sé stesso, i Deprivation, pur con qualche ingenuità compositiva, sono riusciti a mantenere una propria personalità, rimanendo legati più ai vicoli di strada fumosi che non alle fredde lande scandinave: vedremo se in futuro saranno capaci di caratterizzare ulteriormente la loro personalità, andando magari a strutturare una scaletta più variegata ed imprevedibile.


Mark: 7/10    



Rorcal - Vilàgvége


Year:2013
Genre: Sludge/ Black Metal
Record Label: Cal Of Ror Records
Sounds Like : (?)
Reviewed by: Giulio Valeri
Sentence: Cool atmosphere, nothing more.

In molti si sono posti l'obiettivo di ricreare atmosfere dove vigessero l'oscurità e il caos più totale come elementi fondamentali della propria proposta musicale. Gli svizzeri Rorcal, arrivati con questo “Vilàgvége” al terzo full-lenght, non fanno eccezione e per raggiungere lo scopo in questione, provano così ad ammorbare l'ascoltatore con pattern di batteria lenti come la più atroce delle morti (I), accordi di chitarra tirati per le lunghe (D), assalti sonori feroci caratterizzati da up tempo soffocanti che tanto ricordano il black svedese più spietato (II,IV) e campionamenti apocalittici posti a fine brano (V, VII)
Eppure, nonostante queste buone premesse, i Rorcal faticano a confezionare ciò che si potrebbe definire un buon prodotto, o meglio a scrivere qualcosa che faccia breccia nel cuore dell' ascoltatore. In tutto il miasma sonoro da loro perpetrato, se l'atmosfera e la sensazione di caos rimangono bene impressi nella mente, lo stesso non si può dire dei riff impiegati per ricrearli, decisamente poco entusiasmanti. Tutto questo rende “Vilàgvége” un'uscita sicuramente interessante, che stupisce in un primo momento, ma che difficilmente verrà amata da qualsivoglia ascoltatore. Potete tranquillamente soprassedere.


Mark 5/10



Centuries - Taedium Vitae


Year : 2013
Genre : Melodic Hardcore, Crust, Hardcore, Black Metal
Record Label : Southern Lord
Sounds Like : The Secret, All Pigs Must Die, Negative Standards
Reviewed by : Edoardo
Sentence : A new age of Melodic and Dark Hardcore

Ci sono momenti in cui ci vuole del sano misantropismo per ripulirsi la vita e la mente. In quei momenti band come All Pigs Must Die e The Secret diventano i tuoi migliori amici e riversano al posto tuo colate di odio e fiumi di magna pregni di note oscure e dissonanze. Da annoverare tra le stesse band del genere, sempre su Southern Lord, dalla Florida, i Centuries. Ebeh? Sti cazzi no?
La collezione dei loro split, demo ecc chiamata Broken Hymns mi ha fatto scoprire ed apprezzare tale band ma il soggetto della recensione è finalmente l'album di debutto "Taedium Vitae".
Hardcore sbarazzino, fugace, in perfetto compromesso tra l'acidità del Black Metal e il sapore salmastro dello Sludge. Sembra proprio di sentire i primissimi lavori degli All Pigs Must Die inoltre v'è questo stile di cantato così fortemente tagliente e graffiante che non può non rimandare ai nostrani The Secret. Tutte caratteristiche derivabili da altre band ed infatti l'unica pecca del gruppo è una non troppo marcata personalità ma finchè i risultati sono sulla scia di Pessum Irae e Gelu mannaggia al clero chi se ne fotte, c'è il Groove di Metus e Servisse. La spinta emotiva verso l'oblio e la perversione è continua e tutto è meditato dalla folta nebbia di Gain che non lascia intravedere luce in fondo al tunnel. La carica melodica è ridotta all'osso ma essenziale, funzionale, geniale e amabilmente selezionata per rendere le canzoni memorabili ed assimilabili. Questo retrogusto Melodic Hardcore che fa da cornice al tutto è come una maschera introspettiva del gruppo che mostra d'essere cattivo, affamato e struggente ma che sotto sotto nasconde dolore e passione. Un misto di emozione difficilmente spiegabile e da riproporre su musica ma che tanto difficile non è sembrato agli Hardcorers Floridiani Centuries. Un merito, un plauso enorme per questa trasposizione melodica del gruppo che farebbe bene a mettere su ogni traccia anche in dose minimali poichè è l'unico punto di distinzione dalle altre band della scena. Se questo è solo l'inizio e la band è attiva dal 2008 sono sicuro che i prossimi passi lasceranno esterrefatti tutti. Consiglio fortemente di trovarsi la collezione citata in apertura Broken Hymns poichè anch'essa contiene una serie di perle di notevole spessore.
Taedium Vitae è desolazione, 9 tracce vicinissime alla perfezione, emozionanti e vibranti che traslocano il tuo cervello in un'altro mondo, un mare nostrum di ritmiche Hardcore, urli lancinanti e taglienti melodie che non può passare inosservato, alla fine del viaggio ci si rende sempre più conto che questo è uno dei cd più seminali dell'anno e che sopratutto si tratta dell'ascesa di una band che potrebbe scrivere pagine importanti dell'Hardcore mondiale soppiantando il già "old" stile di The Secret, Hierophant e APMD, l'hardcore melodico questa volta viene dagli inferi.


Mark : 9/10



Infera Bruo - Desolate Unknown


Year: 2013
Genre: Black Metal
Record Label: Independent
Sounds Like:  Setherial, Blutvial
Reviewed By: Giulio Valeri
Sentence: Average Black Metal from Boston

“Desolate Unknown” è la seconda fatica degli statunitensi Infera Bruo, gruppo dedito ad un black metal piuttosto classico ed essenziale, sicuramente non sgradevole, ma molto lontano da uno standard qualitativo medio alto. Neanche riusciamo a schiacciare il tasto play del nostro lettore infatti, che subito veniamo investiti da un muro sonoro eretto da un drumming forsennato e chitarre in tremolo picking sparate a folle velocità (“Visions Of The Inner Eye”, “Oblivion”), elementi  abusatissimi quindi, che non lasciano presagire nulla di buono per le tracce a venire. Tuttavia, con la valida “Ritual Within” le nostre magre aspettative vengono mandate in frantumi: qui i Nostri dimostrano di saperci fare davvero, confezionando una traccia dall'incedere doomy dotata di un'ottima atmosfera, ricreata attraverso il sapiente utilizzo di cupi arpeggi di chitarra. Si procede poi con l'interessante “Dust Of Stars”, non proprio esaltante all'inizio, ma salvata in calcio d'angolo da un finale incalzante e che contribuisce in parte a risollevare le sorti di un album non proprio memorabile. L'epilogo della release viene affidato alla spettrale “Invoking Collapse”, altro brano dalla notevole durata in cui una buona effettistica e un curioso intermezzo dai ritmi tribali fanno segnare un altro punto a favore degli Infera Bruo.
A conti fatti, “Desolate Unknown” è un disco che parte male per poi risollevarsi a partire dalla terza traccia, in cui è possibile finalmente rendersi conto di come i quattro di Boston siano tutto sommato dotati di buone potenzialità, pur avendo ancora molto da imparare. Apprezzabili anche la produzione, i piccoli cori in pulito che ogni tanto emergono timidamente in alcune tracce (sono comunque soffocati dal volume degli strumenti) e i piccoli intermezzi ambient, che donano al prodotto quel pizzico di fascino in più che non guasta mai. Interessanti, ma certamente non indispensabili...


Mark: 6/10




All Pigs Must Die - Nothing Violates This Nature


Year : 2013
Genre : Hardcore, Black Metal, Death n Roll
Record Label : Southern Lord
Sounds Like : Nails, Hierophant, The Secret
Reviewed by : Edoardo
Sentence : SEITAN UILL BI MAI GAID

God Is War fu la ciliegina sulla torto dopo EP e Split di tutto rispetto. Un cd che ha catalizzato l'attenzione di tutti sulla band del Massachusetts. Se avete in mente le ultime fatiche dei nostrani The Secret e Hierophant sappiate che avete già inquadrato perfettamente lo stile della band. Si potrebbero considerare quasi figli dei Nails ma influenzati da tutte quelle band europee che diedero il via a il "black metal" ma ogni descrizione risulta vana, gli APMD sono ODIO.
Nothing Violates This Nature riesce a mettere i puntini sulle I del precedente album. Se una delle colpe spesso attribuite al gruppo era quello di non avere un trademark preciso su quest'ultima fatica la band riesce a limare i dettagli e costruire una solida base d'appoggio a tutto quel Hardcore misto a Sludge, parti Black e Death 'n' Roll. Avete presente i Deathspell Omega e tutte quelle dissonanze acute, stridule, acide, paranoiche, ecco prendete quel lato dei Deathspell e immergetelo nel gradiente acquoso del compulsivo incedere della band. Troverete quindi negli episodi più fulminanti  (Of Suffering e Faith Eater) e non queste sezioni claustrofobiche e taglienti, un nuova visione del genere ed una acquisizione di dettagli che la band a questo della sua carriera DOVEVA fare. Insomma, si sono guadagnati quel mezzo punto in più che non gli diedi su God Is War.
Colate di odio si riverseranno nei vostri timpani.


Mark : 8/10



Necrosy - Necrosy [EP]


Year: 2013
Genre: black/death metal
Record label: self released
Sounds like: il metal estremo che vorrei.
Reviewed by: Matteo
Sentence: fatevi un regalo e compratevi quest'ep, per favore.

 Ragazzi, ragazzi, ragazzi. I Necrosy sono la mia ultima, fantastica scoperta. A quanto pare, una volta ogni tanto riesco a scovare qualcosa che mi garbi nell'underground metallico nostrano. Una sorpresa, ecco. E che sorpresa!
 Il progetto Necrosy lo dobbiamo a Christian Giusto, che in questo omonimo ep di debutto si è occupato di tutti gli strumenti e del cantato con risultati mostruosi. La proposta dei Necrosy ha le sue radici nel metal estremo, ma è incredibilmente attenta alla costruzione di un'atmosfera ipnotica e delicata davvero rara da ascoltare in un disco metal.  Il range di sonorità tra cui si dibattono le canzoni spazia dalla potenza black/death devastante e magistralmente incanalata di "No Solution" agli splendidi momenti suggestivi di chitarra e tastiera come quelli in "Buried Inside Your Mental Walls" o "Ascending Mourning". Diavolo, dopo il finale da brividi di "Abstract Vortex" ho dovuto raccogliere la mandibola.
 In "Necrosy" colpisce fin da subito la raffinatezza delle composizioni e la cura impiegata nel cesellare ogni elemento e nell'incasellarlo in pezzi organici che mai si perdono per strada. Molta attenzione è stata riservata al lavoro chitarristico, lineare ma di incredibile efficacia: riff vorticosi e travolgenti si alternano a sezioni impregnate di un gusto e di un pathos propri del miglior black sperimentale e fuori dalle righe. In effetti la componente black metal è determinante: da lei viene la forte attenzione all'atmosfera cui accennavo prima, atmosfera che arriva addirittura a ricordare quanto proposto dagli ultimi Blut Aus Nord. "Necrosy" è un lavoro estremamente curato ed attento ai particolari. Dietro ogni nota si percepiscono l'attenzione e l'impegno profusi in sede di songwriting, la voglia di scrivere qualcosa di nuovo, di versare in un crogiolo una serie di idee fantastiche e plasmarle in quattro eleganti pezzi. Menzione d'onore per la produzione: mi capita sempre più spesso di rilevare come dischi autoprodotti suonino meglio di lavori con grandi case discografiche alle spalle. Infatti l'ep in analisi usufruisce di suoni eccellenti, nitidi ma sempre molto genuini e veri. Gettate un orecchio alla batteria, per esempio.
 Chiacchierando un po' con Christian, ho avuto modo di accertare la presenza di tanta buona volontà ed il sincero desiderio di offrire al pubblico un prodotto di livello. Ciò non può che farmi piacere ed indurmi ad augurare al suo progetto tanta fortuna per tutto ciò che ha in mente di combinare. Se tanto mi dà tanto, il full-lenght di debutto sarà una mazzata di quelle micidiali.
 In definitiva, l'ascolto di questa piccola perla è straconsigliato a chiunque cerchi qualcosa di nuovo, capace di impressionare e dire la sua in un mondo musicale sempre più affollato e carico di miriadi di band che non hanno ragioni valide per andare oltre la prima demo. Un applauso per un progetto che merita davvero il nostro tempo di ascoltatori esigenti, a differenza di gruppetti di musicisti presuntuosi che credono che il plauso di pubblico e critica sia loro dovuto. Non funziona così. Sono impegno, serietà, modestia e consapevolezza a pagare. Faccio ai Necrosy i miei migliori auguri affinché questo ep raccolga i meritatissimi frutti.


Mark: 8.0/10



Regarde Les Hommes Tomber - Regarde Les Hommes Tomber



Year:2013
Genre: Sludge/ Black Metal
Record Label: Les Acteurs de l'Ombre Productions
Sounds Like : Secrets Of The Moon
Reviewed by: Giulio Valeri
Sentence: Una delle migliori uscite black dell'anno!


Era da tempo che non si sentiva un disco del genere. Uno di quei dischi che quando li senti hanno la capacità di farti aumentare il battito cardiaco per le emozioni che sono in grado di farti provare anche dopo più e più ascolti. E' proprio questo il caso del debutto qui recensito ad opera di questi newcomers francesi. Idealmente, i Regarde Les Hommes Tomber si inseriscono in quel filone di black molto caro a certe realtà tedesche, prime tra tutti i Secrets Of The Moon, con la quale i Nostri, pur avendo una loro identità ben definita, hanno molto con cui spartire, almeno nell'approccio alla materia proposta. Stiamo quindi parlando di un black cervellotico, meditativo ed elegante, giocato su tempi lenti, cadenzati e oscillanti dal down al midtempo, che fungono da preludio a riff assolutamente squisiti e pieni di groove, futuri responsabili di eventuali problemi fisici causati dal forsennato andare su e giù del nostro collo una volta ascoltati. La sensazione di totale oscurità che questi francesi riescono ad evocare senza neanche l'ombra di una tastiera è semplicemente qualcosa di fenomenale, complice anche il fatto di una batteria superlativa, qui impiegata non solo come mero strumento volto solo ed esclusivamente a tenere il tempo, ma in veste di elemento fondamentale per ricreare un certo tipo di atmosfere, come del resto Thelemnar, batterista dei sopracitati Secrets, ha avuto modo di dimostrare in tutte le uscite del suo gruppo. Inutile dirlo, il disco scorre che è un piacere, all'insegna di una qualità delle soluzioni totali, e sarà motivo di dipendenza cronica per chiunque ami il black più ragionato e d' atmosfera. Tra gli highlights di quella che può arrogarsi con tutti i diritti una delle migliori uscite black dell'anno, si segnalano “Ov Flames, Flesh and Sins”, dove è possibile riscontrare un passaggio acustico degno dei migliori Opeth, e  le conclusive “A Thousand Years Of Servitude” e  “The Fall”. Correte subito ad ascoltarli, non ve ne pentirete!


Mark: 8,5/10




Keep of Kalessin - Introspection



Year: 2013
Genre: black/epic metal
Record label: Indie Recordings
Sounds like: Keep of Kalessin da "Armada" in poi.
Reviewed by: Matteo
Sentence: un gustoso antipasto.

 Non credo manchi molto all'uscita del loro nuovo disco, fatto sta che i Keep of Kalessin hanno deciso di regalarci questo apprezzabile "Introspection", brevissimo ep di tre pezzi. Una prima osservazione riguarda la line-up: Thebon si è dato alla macchia e quindi ora è Obsidian C. ad occuparsi della voce. Io non noto alcuna differenza, le performance dei due sono praticamente identiche (è sconcertante!) sia nel cantato pulito, sia in quello sporco al limite dello scream. Stilisticamente non ci sono novità, i due inediti di "Introspection" sono sulla falsariga di quanto abbiamo ascoltato in "Reptilian": tanto per capirci, la titletrack è una "The Dragontower" più evocativa ed epica e meno smaccatamente piaciona, ma sempre in possesso di quelle melodie e quel ritornello eccezionalmente catchy tipici dei Kalessin da "Kolossus" in poi. Con "Flight Of The Hatchling" siamo al cospetto di un tiratissimo pezzo strumentale incentrato sull'abilità chitarristica ed il gusto melodico di Obsidian; molto godibile! Durante l'ascolto mi sono venute in mente addirittura alcune soluzioni dell'ultimo, omonimo disco degli Annihilator, pensate un po'! Sul brano conclusivo, una "extreme version" di "The Dragontower", possiamo tranquillamente soprassedere. Prendete la canzone originale e metteteci il blastbeat: ecco fatto. Decisamente non indispensabile, con tutto il bene che voglio ai Keep of Kalessin. Comunque c'è anche lei e va bene così, fa sempre piacere ascoltarla. Nota di merito per il basso, che si sente discretamente.
Non rimane molto da dire: se come me avete apprezzato la svolta stilistica da "Armada" in poi, rimediate "Introspection" e gioitene anche voi. Il voto è puramente simbolico.


Mark: 7/10



Murmurs - Faedd Ur Eldi



Year: 2012
Genre: Black Metal
Record Label: Unsigned/independent
Sounds Like : Black Funeral
Reviewed by: Giulio Valeri
Sentence: Da evitare.

Chi è solito spulciare nel black più underground, di sicuro si ricorderà di Vukolak, ultimo full-lenght degli statunitensi Black Funeral, e uno dei più brutti dischi black che siano mai stati dati alle stampe: per chi non lo sapesse, l'opera in questione si contraddistingueva per il suo alternare brani dark ambient di pregevole fattura ad altri di natura black semplicemente improponibili. Ascoltando il disco dei Murmurs sembra che la storia si ripeta. Ad un valido brano ambient dalle atmosfere cupe, che funge da intro all'opera, si sussegue infatti un 'abbondante mezz'ora di chitarre in tremolo picking con progressioni buttate più o meno a caso, che tentano disperatamente di accaparrarsi il semitono più vicino per cercare di dare un senso a quanto proposto, a volte fallendo miseramente, a volte avvicinandosi ad una mediocrità che si lascia ascoltare con qualche smorfia, senza che la tentazione di premere il tasto skip venga mai a mancare. Sicuramente “Faedd Ur Eldi” è più ascoltabile dell'aborto di nome “Vukolak”, ma ciò non toglie che si tratta di un disco da evitare, o meglio da ascoltare per prender nota su tutto ciò che serve per dare alla luce un disco black da dimenticare. Se certi ascoltatori nel 2013 si accontentano ancora di essere presi per i fondelli da una produzione caotica e indecente insieme ad una proposta musicale ancor peggiore della prima, facciano pure. Tutti gli altri possono tranquillamente soprassedere.


Mark: 4/10

Kvelertak - Meir



Year: 2013
Genre: Hardcore/ Punk Rock / Black Metal
Record label: Roadrunner records
Sounds like: Cancer bats
Reviewed by: Alberto
Sentence: Punk rock ist krieg.

Chi si è perso il grandissimo debut album dei Kvelertak nel 2010, corra subito a sentirlo!
Si parla di un album particolarissimo, pieno di sfumature, dove si viene a contatto con una particolare "fusione" di black metal e punk rock.
Sì, ma questa è la recensione del secondo disco.
Giusto...
Meir è un disco che, diciamo, si aspettava con ansia.
La band norvegese infatti, ancora una volta con il mitico Kurt Ballou dei Converge dietro il mixer, ha dato luce a un album di puro ibrido tra black e punk rock!
Bella roba direte voi!
Sì, ma si tratta di bella roba per chi non ha sentito il primo album!
Abbiamo infatti qui, un semplicissimo "seguito" di quello che fu Kvelertak, niente più, niente meno.
Infatti ritroviamo sempre quello spiccato accento hard rock/punk rock misto all'hardcore, tipico di band come i Cancer Bats (le atmosfere create dalla band sono quasi le stesse della band di Toronto), solo con una particolare vena Black Metal, che si sente parecchio grazie alle vocals del cantante Erlend Hjelvik, e sopratutto in tracce come "Trepan" o "Snilepisk", dove al minuto 2.05 ci troviamo avanti a un vero e proprio stacco black.
Il resto dell'album è si e no un mix di quello che già si era sentito nel primo, pezzi allegrotti come "Spring Fra Livet" o "Evig Vandrar", alternati a momenti molto hard rock come in "Kvelertak" in cui sembra di ascoltare gli AC/DC in versione 2013, o come in "Bruane Brenn" scelta come singolo di lancio del nuovo album.
Degna di nota la tripletta “Nekrokosmo”-“Undertro”-“Tordenbrak”, che dimostrano che la band sa anche essere più "riflessiva" e sa anche lavorare a pezzi di durata più lunga rispetto ai loro standard.
In conclusione, Meir non è un brutto album, anzi, ma bisogna ammettere che alla fine, salvo le atmosfere black un po' più presenti, suona molto come il primo disco della band.
E bisogna dire sopratutto, che un album del genere suona con i "controcoglioni" grazie al lavoro del buon Ballou, che si sà, quando è dietro al mixer, è capace di fare miracoli.


Mark : 6/10



Horna - Askel Lähempänä Saatanaa



Year : 2013
Genre: Black Metal
Record Label: World Terror Committee
Sounds Like : Drowning The Light, Sargeist, Satanic Warmaster
Reviewed by: Giulio Valeri
Sentence: Raw!

Gli esponenti di spicco della scena black finlandese più intransigente tornano ancora una volta a massacrare le nostre orecchie con il nuovo arrivato “Askel Lähempänä Saatanaa”. Per chi non li conoscesse, l'approccio dei cinque di Tampere è crudo, minimale e non lascia spazio a compromessi. Tale formula è ovviamente rintracciabile anche in questa uscita e non potrebbe essere altrimenti: il primo impatto con la proposta degli Horna è quindi tutt'altro che indolore e arrivare al termine di un loro full-lenght in un colpo solo, specie se non si sa cosa aspettarsi da una formazione del genere, è un'esperienza che per molti può risultare fastidiosa, addirittura ai limiti del masochismo. Complice di tutto questo è anche una produzione volutamente approssimativa, dove una furiosa batteria e lo scream invasato di Spellgoth aiutano a soffocare le trame che le chitarre, deliberatamente in sottofondo, si impegnano a tessere tra riff thrashy e tremolo picking. Se però pensate che gli Horna siano uno di quei tanti gruppi che nascondono la scarsità della loro proposta dietro al solito atteggiamento “trve” e “kvlt” vi sbagliate di grosso. Intendiamoci: le buone soluzioni, anche se non eclatanti e tutto sommato di mestiere, in questo disco ci sono all'atto teorico e funzionano, ma quando vengono messe in pratica sono totalmente compromesse dalla scelta di tenere in secondo piano le chitarre, mezzo con la quale queste vengono ovviamente espresse. Il tutto si traduce quindi in un disco di black classico, dove la produzione scarna e le scelte nel settaggio dei volumi aliena chi esegue e chi ascolta, sfociando in una sterilità di fondo che non rende assolutamente giustizia ai validi musicisti coinvolti nel progetto. In parole povere si sente qualcosa di valido e che si ricorda, ma che difficilmente emoziona, cosa che, badate bene, non avviene quando ci si appresta ad ascoltare i Sargeist, altro progetto del fondatore degli Horna, premiati da una produzione molto più corposa e dignitosa, che valorizza al meglio quanto proposto in fase di scrittura. Da segnalare sono comunque la titletrack e l'avvincente “Kärsimyksin Vuoltu Hänen Valittuna Äänenään”, che segna un impennarsi del livello qualitativo nella seconda parte del disco. Insomma, ci troviamo di fronte sempre alla solita diatriba: allora, se pensate che il black nel corso degli ultimi anni si sia snaturato, inglobando all'interno del proprio sound inutili orpelli, tradendo le sue radici, avete trovato pane per i vostri denti, ma se non siete di questo avviso, non c'è da sorprendersi se in questo disco troverete tanto rumore e poca musica.


Mark: 6/10


Fen - Dustwalker



Year: 2013
Genre: atmospheric black metal
Record label: Code666 Records
Sounds like: Agalloch, Alcest
Reviewed by: Matteo
Sentence: direi proprio che ci siamo.

 Una sorpresa inaspettata, ecco cos’è “Dustwalker”. Mi sono avvicinato a questo disco non conoscendo i Fen, ma avendo un’idea piuttosto definita di ciò che avrei ascoltato. I modelli stilistici sono quei nomi che ho scritto poco sopra: gli Agalloch per il loro connubio malinconico di intriganti sezioni acustiche e chitarre di matrice black, gli Alcest per il piglio delicato e mai irruento delle composizioni.“Dustwalker” è un lavoro di cui parlar bene perché tutto funziona. Innanzitutto, nonostante il minutaggio elevato dei pezzi (praticamente tutti sopra gli otto minuti), scorre davvero bene e la noia non prende mai il sopravvento. Suppongo che la ragione di questo sia da ricercare nella bilanciata costruzione delle canzoni: i momenti più lenti, pacati e riflessivi si fondono in modo naturale con quelli più black e non si ha mai l’impressione di un collage sputacchiato di parti acustiche e cacofonia chitarristica. Le composizioni dei Fen sono leggere ed eleganti, come delle bomboniere. In effetti il disco risulta assai gustoso.
 Fortunatamente “Dustwalker” è privo di quella stucchevolezza che costituisce il marchio di fabbrica degli Alcest e che non me li ha mai fatti apprezzare appieno assieme ad altre band del loro stampo. Troppo miele stomaca, si sa. E non emoziona nemmeno, perché la musica su cui lo si spalma risulta eccessivamente artefatta. Tornando ai Fen, cos’altro notare se non che un grosso impegno nella costruzione dell’atmosfera ed una matrice black di tutto rispetto sono i due elementi che – per quanto sfruttati – sono stati capaci di contribuire alla creazione di un disco decisamente sopra la media. Diavolo, i momenti acustici sono davvero una carezza, come in “Spectre”. Bellissimo il ritornello comodamente appoggiato su chitarre delicate che cullano l’ascoltatore. Roba di una certa classe.
 “Dustwalker” è un disco che fa bene al cuore. Gioitene anche voi, per piacere. Il vostro.


Mark : 7.5/10



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