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Tills döden skiljer oss åt - Acacia


David Gold è morto. Tuttavia non è morto invano. Da soli i dischi dei Woods of Ypres restano come un monumento nella storia del Metal, lasciando un monito su un certo modo di fare Black Metal melodico con molti elementi malinconici che direi è quasi unico. È chiaro allora come i Woods of Ypres siano un gruppo plausibilmente destinato a diventare un faro ispiratore per molti altri. Gli Acacia di cui vi parlerò in questa recensione sono secondo me tra questi. Nel loro debutto discografico Tills döden skiljer oss åt il filone che si segue è decisamente quello dei Wood of Ypres con alcuni elementi più personali. In primo luogo la durata dei brani estremamente lunga (media oltre i dieci minuti). Nel complesso si può dire che funzionino, ma alle volte ci si perde un po' nelle eccessive variazioni arrivando a comprendere scarsamente il perché non siano stati spaccati in più parti. Detto questo bisogna notare anche come la componente melodica negli Acacia sia estremamente eccentuata, soprattutto nelle parti cantate in pulito che vedono l'alternarsi di voce maschile e voce femminile e possono ricordare anche i Funeral. La scelta di intervallare le voci solo nelle parti pulite fa sì che venga a mancare l'effetto Beauty and the Beast che negli ultimi anni era decisamente abusato in campo Gothic/Doom evitando la sensazione manieristica che avrebbe altrimenti attanagliato una scelta di questo tipo. Gli intermezzi acustici sono forse un po' troppo prolungati essendo non eccessivamente elaborati concettualmente. Qua e là si ode un retrogusto Death Doom, ma nelle parti più corpose un gelido Black Metal di stampo svedese come fu quello dei Woods of Ypres tiene il banco condito da urla lancinanti.
Tirando le somme gli Acacia tirano fuori un buon disco con belle idee anche se non privo di sbavature. Nonostante la complessità dei brani Tills döden skiljer oss åt riesce a tenere alta l'attenzione dell'ascoltare sebbene andando avanti nel disco si possa notare un certo ammorbidimento del sound (tranne che sul finale). Complice una produzione molto attenta che sa esaltare nel modo giusto le varie anime del gruppo benché molto diverse Tills döden skiljer oss åt è un ascolto godibile e coinvolgente, forse solo un po' lungo. L'ombra dei Woods of Ypres si staglia alta su tutto il lavoro, ma va bene così, comunque è il primo disco e le idee ci stanno. Quello che si può dire è che Tills döden skiljer oss åt fa venire voglia di rimettere mano ai Woods of Ypres con la giusta esaltazione e la consapevolezza che non tutto è stato invano.

Year: 2013
Genre: Melodic Black Doom Metal
Record Label: Art of Propaganda
Sounds like: Woods of Ypres, Funeral
Rewieved by: Giorgio
Mark: 7.5/10


Return From The Grave - The Rebirth From The Last Breath


Di tuffi negli anni 70 se ne fanno sempre più, qualcuno gradevole, qualcuno meno, a quelli che riescono a far vedere come un stile musicale seppur immediatamente riconoscibile dalle prime quattro note abbia ancora qualcosa da dire va tutto il mio plauso. Il caso è sicuramente quello degli Orchid, che con il loro ultimo lavoro hanno quasi messo completamente da parte il Doom in favore dell'HR settatiano. In questo senso si muove anche il debutto degli italiani Return From The Grave (nome forse un po' lunghetto per un gruppo di questa ispirazione) dove si ha appunto la fusione dei Black Sabbath più rockeggianti con un pizzico di stoner. Il sound globale si attesta appunto nella vena degli Orchid (soprattutto quelli di Capricon, visto che stiamo parlando di un lavoro del 2012, quindi prima dell'uscita di The Mouths Of Madness) ed è decisamente di atmosfera.
Seppur autoprodotto The Rebirth From The Last Breath si avvale di una produzione decisamente buona, soprattutto sul fronte delle chitarre, che marcano bene il territorio senza esitazioni a suon di riffoni pieni e decisi, mai troppo complessi o involuti, soprattutto nelle parti più tendenti al metal. Il basso purtroppo è abbastanza assente quando invece sappiamo tutti come il fraseggiare di Geezer Butler abbia fatto la storia e quindi in questo genere è un po' una pecca. La batteria non emerge particolarmente, ma fa il suo lavoro con uno stile abbastanza particolare molto improntato sull'uso dei piatti più che dei tamburi. La voce merita un discorso un po' a parte. Nella prima parte del disco risulta a mio avviso vagamente sottotono senza trovare una sua dimensione precisa tra il tecnicismo Hard Rock e le lamentazioni in stile Ozzy. Nella seconda parte del disco sembra invece trovarsi più nella sua dimensione, abbandonando i toni più alti in favore di uno stile più ruvido e di ambiente. Questo lascia la sensazione di un disco in fieri che va migliorando di canzone in canzone. Come esordio decisamente buono, c'è da sperare che sotto contratto i Return From The Grave possano fare ancora meglio.

Year: 2012
Genre: Classical/Stoner Doom Metal
Record Label: Self-produced
Sounds like: Black Sabbath, Orchid
Rewieved by: Giorgio
Sentence: Retro mania infecting everyone!
Mark: 7.0

Hierophant - Great Mother : Holy Monster


Year : 2013
Genre : Black Metal, Hardcore, Doom
Record Label : Bridge Nine Records
Sounds Like : Young And In The Way, Torch Runner, Dead in The Dirt
Reviewed by : Edoardo
Sentence : Holy Monster...

Satana avrebbe paura degli Hierophant, il sound abissale ed apocalittico del gruppo raggiunge nuove vette cristalline col secondo Great Mother : Holy Monster. I nostri abbandonano le vie di mezzo e tutto lo sludge viene buttata mantenendo una impalcatura naturalmente Hardcore e favore di brevi sprazzi Doom concentrati per la maggiore nelle ultime due canzoni. La creature mistica creata questa volta ha più armi della precedente, è essenzialmente diversa e più acida, anche lo stesso tipo di produzione ne marca i lati più selvaggi.
Le note sono ancora più fredde ed esse penetrano fino alle ossa con degli acme da brividi, per l'appunto, durante tutta la tracklist ma riservando nella parte centrale qualcosa che è descrivibile come "MANNAGGIALPORCODIDIOQUANTOE'BELLO".
Son of the Carcinoma, Son of Egotistic Love e Son of the Public Castration fanno il bello più bello, senza levare niente ad una tracklist ultra-galattica e fornitissima di eventi riusciti, delle poche canzoni a disposizione, solamente 8, non una non è un piccolo capolavoro ma la perizia chirurgica del trio sopra citato è disarmante per la bellezza consecutiva, una serie di riff uno più ammaliante dell'altro, la ferocia.
La più mid tempo Son of Four-Hands Way assesta le menti e placa i terremoti, la più doomy Son of the Black Mirror possiede un main riff che resuscita i morti ed evoca demoni da altre dimensioni. Pensare che il cd non abbia un intro e parta subito a 2000 con Son of the New Faith, poi, non fa altro che rendere sessualmente eccitante non che erotico l'ascolto die sso più, più, più e più volte sino alla perdita dei sensi.


Mark : 8.5/10



Raving Season - Amnio


Year:2013
Genre: Gothic/Doom Metal
Record Label: My Kingdom Music
Sounds Like : Draconian,Opeth, Katatonia,My Dying Bride.
Reviewed by: Giulio Valeri
Sentence: A unique blend between Draconian, Opeth, Katatonia and My Dying Bride.

Romani, i Raving Season debuttarono nel 2009 con l'ep “The Brightness of My Disaster”, dove diedero una piccola prova delle proprie capacità, dimostrando all'ascoltatore come fosse ancora possibile suonare un gothic metal genuino, privo degli inutili orpelli che oggi lo contraddistinguono, e traboccante disperazione a ogni nota. Forti di un contratto con la My Kingdom Music, il primo full-lenght “Amnio” rappresenta quindi per questi giovani ragazzi la prova del nove, che deve rispondere al pressante interrogativo “fortuna o puro talento?”
Si parte con l'opener “Turandot”, dove si viene accolti dallo straziante growl di Federica, seguito dal soave cantato di Judith. Curioso come non siano passati neanche due minuti dall'inizio del disco e già si abbia la pelle d'oca per le emozioni che la musica di questo gruppo riesce a suscitare. Complice di ciò è anche la formidabile voce di Judith, che tra bisbigli e cantato lirico ricorda la Tarja dei bei tempi che furono. Si prosegue con “Dusk Dance”, dove i Nostri non si negano un'incursione in territori più estremi, servendosi a metà brano di un blast beat, per arrivare a “Restless Rain (il rumore della pioggia)”, interessantissima traccia che si fa ricordare per la sofferta interpretazione vocale in italiano di Federica. Tra gli altri brani da ricordare spiccano infine l'incalzante e violenta “Suspanded In A Spiral” e la conclusiva “Amnio”, dove a farla da padrone sono le influenze elettroniche dei Depeche Mode più oscuri e introspettivi.
Ascoltare i Raving Season è quindi un'esperienza intensa e profonda, che non mancherà di emozionare anche gli ascoltatori più navigati, visto che ogni singola traccia presente su questo disco è scritta in maniera più che ispirata, da qualcosa che sembra provenire dal profondo dell'anima. Non c'è un solo brano che sia brutto o che suoni come uno scialbo riempitivo, anche se permangono trascurabilissime imperfezioni qua e là. Imperfezioni semplicemente ben volute perché dettate da un elemento di cui molti gruppi sembrano essere sprovvisti di oggi, ossia il coraggio. Il coraggio di non ripetersi già a distanza di un solo ep, di esplorare nuovi territori, scommettendo su sé stessi, in una scena musicale che sembra non voglia dare segni di riconoscenza verso le meritevoli realtà emergenti, perché obnubilata da quegli elementi di facile presa, che tanto l'hanno resa popolare oggi. Ci sarebbe ancora molto altro da dire su questo gruppo, cose che forse le parole non sono in grado di spiegare. E quando si verifica una tale eventualità, c'è solo una cosa da fare: aspettare che sorga la notte, mettersi le cuffie, chiudere gli occhi e immergersi nelle sublimi atmosfere create ad arte da questi ragazzi. Uno degli ultimi baluardi del female fronted gothic, quello vero, insieme a Draconian. Una delle realtà più interessanti emerse tra tanto ciarpame dell'underground italiano dei giorni nostri. Puro talento.

'Till the grave
'Till the silence
'Till the end of every reign
Nobody will have me

Mark: 8,5/10



Dantesco - We Don't Fear Your God


Year: 2013
Genre: Epic Heavy/Doom Metal
Record Label: Inframundo Records
Sounds like: Candlemass, Solitude Aeturnus, Doomsword
Rewieved by: Giorgio
Sentence: We Don't Fear Dantesco

Inarrestabili gli spagnoli Dantesco sfornano quest'anno la loro quarta fatica We Don't Fear Your God. Con questo nuovo album si consacra definitivamente la transizione iniziata sul disco precedente Seven Years of Battle di scrivere i testi delle canzoni in inglese. Al di là della scelta internazionalistica (nonostante lo spagnolo, bene ricordarlo, è la quarta lingua più parlata al mondo) la transizione non è così indolore neanche da un punto di vista musicale. La diversa cadenza dell'inglese ha obbligato infatti il cantante La Bestia a rivedere tutto il suo stile canoro, passando da uno stile molto modulato e improntato sui bassi ad uno stile più agile marcato da timbriche più alte e classici vocalizzi acuti. Indubbiamente questa nuova timbrica attinge a piene mani dalla tradizione dell'Epic Doom e si può benissimo accostare a mostri sacri del genere quali Rob Lowe dei Solitude Aeturnus.
Musicalmente We Don't Fear Your God è un disco che come i precedenti del combo spagnolo attinge appieno dalla tradizione ottantiana dell'Epic Doom mischiato sapientemente con robusti passaggi più Heavy Metal, qualche volta con delle punte quasi Speed, tanto per dimostrare di saperci fare a tutte le velocità. L'ombra dei Candlemass si staglia lunga sopra l'intero disco, dal riffing al soloing abbastanza elaborato e molto presente del chitarrista Joel Carrasquillo. Nonostante le strutture dei pezzi siano  tutt'altro che banali e anzi molti brani siano lunghi e intricati i Dantesco continuano a puntare molto sui refrain catturanti come nei lavori precedenti. Infatti come nell'opera dei nostri connazionali Doomsword i ritornelli in We Don't Fear Your God sono la chiave di volta dell'atmosfera epica creata dal gruppo, si sentano Of Darkness, At the Hill of the Ravens o A Brother Has Fallen per una dimostrazione. We Don't Fear Your God quindi prosegue la via intrapresa dai Dantesco, in modo certamente degno di nota, ma senza aggiungere niente ai lavori precedenti, al limite togliendo qualcosa. Non a caso come notavo nell'introduzione il passaggio definitivo all'inglese come lingua d'espressione scombussola un po' le carte in tavola senza apportare miglioramenti, anzi togliendo alcune venature particolari che invece si avevano con i brani in lingua spagnola.


Mark: 7/10



Coffins - The Fleshland


Year: 2013
Genre: Death-Doom Metal
Record Label: Relapse Records
Sounds Like: Autopsy, Grave
Reviewed by: Edoardo De Nardi
Sentence: A Wasteland Of Flesh!

Di band pronte a riesumare l’antico spirito del death metal primigenio ormai ne vediamo tantissime, le uscite discografiche nel settore proliferano come non mai, mentre, purtroppo, le idee e le intuizioni più proficue rimangono quelle dei grandi classici del passato, con buone pace di tutte le nuove formazioni. Tanta, tantissima forma insomma, ma pochi spunti davvero convincenti che donino al genere nuova linfa per il rinnovamento, poca sostanza che permetta a questo tipo di musica di perpetrare il proprio malefico verbo nei secoli dei secoli. Pochi, abbiamo detto, perché fortunatamente esistono ancora gruppi che, utilizzando fondamentalmente i soliti giri e le solite soluzioni del passato, riescono tuttavia ad attualizzare e rendere ancora fresche le solite, vecchie trovate degli anni ’90. I Coffins dal Giappone per esempio, senza tanti orpelli e giri di parole, appartengono di diritto a questa categoria, potendo vantare una carriera più che decennale e un numero sterminato di uscite contando demo, split, Ep’s, Full-lenghts, senza considerare ovviamente la qualità della loro proposta. La “classe operaia” del death metal insomma, che ci presenta oggi “The Fleshland” quinto album del gruppo edito per la prima volta nientemeno che da Relapse Records, che punta palesemente con questa uscita a coprire la lacuna nel settore che possiede, concentrando normalmente la sua attenzione sul versante più grind e –core del panorama metal mondiale. Volendo sintetizzare rapidamente gli ingredienti presenti nel nuovo album, vi basti pensare solamente a delle fetide “fughe” in d-beat rallentatissime ma con un tiro pazzesco, alternate a delle mortifere rallentate che farebbero impallidire il più integerrimo dei funeral-doomster europei! Questa, essenzialmente, l’anima dannata di “The Fleshland”, che su queste due coordinate principali riesce ad evolvere un discorso parimenti coerente ed angoscioso nei suoi quarantacinque minuti di svolgimento. Autopsy e Grave sono i gruppi chiamati subito all’appello nel voler ricercare le influenze principali dei giapponesi: dei primi vengono riprese le atmosfere plumbee, i sopracitati rallentamenti esasperanti e le ripartenze sguaiate, mentre del gruppo svedese è soprattutto l’impostazione vocale e la produzione compressa, abissale ma comunque comprensibile del lavoro ad essere omaggiate spudoratamente. Della tracklist, è impossibile non citare l’ottimo esordio di “Here Comes Perdition”, il ritmo forsennato di “Hellbringer”, i pachidermici muri di suono innalzati nella doomy “The Colossal Hole”. Ma tutto, generalmente, scorre via che è un piacere, soprassedendo solamente su qualche episodio in scaletta un po’ meno riuscito: del resto, come è immaginabile, non è certo facile scrivere brani sempre avvincenti utilizzando sempre le solite componenti: in questo caso, episodi come la lunga “The Vacant Pale Vessel” o “The Unhallowed”, pur basandosi su ottimi standard qualitativi, sono quelli che meno aggiungono qualcosa al marcescente concept dei Coffins. Ma non disperate: “No Saviour”, “Rotten Disciples” e soprattutto la conclusiva “Tormentropia”, col suo incedere quasi in mid-tempo alquanto inusuale per la band, vi costringeranno ad un headbanging tanto naturale e violento quanto involontario! Se amate senza remore le band sopracitate o se siete semplicemente sempre alla ricerca di realtà old-school in grado di non sfigurare con il pesante passato del death metal, troverete in “The Fleshland” tutte le caratteristiche per poter parlare di un nuovo, lurido, gioiello dell’underground da consumare avidamente nei vostri stereo. Dopo anni di sbattimenti e vera gavetta, i Coffins oggi sono salutati come una delle realtà revival più lanciate e promettenti: ci sentiamo di unirci al coro, non per moda o pubblicità, ma una volta tanto, solo e solamente per la musica vera, onesta e non compromessa prodotta da questi quattro deathster nipponici nel loro nuovo album.


Mark: 7/10



Monolith Cult - Run From The Light


Year: 2013
Genre: Heavy/Doom Metal
Record Label: Future Noise Recordings
Sounds like: Black Sabbath, Pentagram, Angel Witch, Witchfinder General
Rewieved by: Giorgio
Sentence:  Following the path of the Metal Gods

Ci vuole un po' di sfiga a fare Doom nella vena degli anni 70 e tirar fuori il debuto nell'anno in cui esce il nuovo dei Black Sabbath. Il ritorno in campo del mostro sacro cambia le carte in tavola, soprattutto se il lavoro è quello che è (se non l'avete fatto leggete la mia recensione di 13 e capirete cosa intendo). Tuttavia i neonati Monolith Cult (decisamente da non confondersi con gli olandesi The Monolith Deathcult) mostrano con questo debutto di saperci decisamente fare. Run From the Light è infatti una grande prova di riffing Doom principalmente nella vena degli albori del genere, quindi con mischiati molti elementi provenienti direttamente dagli anni 70. Quello che certamente non manca è quel feeling di blues perverso che pervade la prima ondata di Doom, ogni tanto letto direttamente in chiave Stoner, come ci si può d'altronde aspettare dalla scuola inglese.
Tuttavia quello che colpisce di più fin dal primo ascolto è la maestria di Bry Outlaw (ex-Khang) alla voce, la sua straordinaria capacità di mescolare una raffinata tecnica vocale con la capacità di dare un grande trasporto emotivo ai brani. Per renderla meglio con un paragone è un po' come quando si sentono le registrazioni dei Candlemass con Johan Langquist e poi si passa a quelle con Messiah Marcolin: al primo non si può negare una tecnica impressionante, ma l'emotività e il coinvolgimento del secondo rendono i brani superiori. Ecco Outlaw è come un Messiah o anche come un Rob Lowe un menestrello oscuro, un cantore perduto, un musicista che sfrutta la sua tecnica per addentrare l'ascoltatore nei meandri dell'angoscia e della tristezza. Tirando le somme, nonostante non sia niente che possa riscrivere la storia del genere, come un In The Rectory of The Bizarre dei Reverend Bizarre, Run From The Light è un disco fatto dannatamente bene che non ha cali di sorta, il cui unico problema è forse di avere dei vicini un po' ingombranti (Black Sabbath su tutti), ma che certo non ne sminuisco la potenza.


Mark: 7.5/10


Anachronaeon - The Ethereal Throne


Year: 2013
Genre: Melodic Death Metal with Doom elements
Record Label: Stygian Crypt Productions
Sounds like: October Tide, Saturnus, Swallow The Sun, Eternal Tears of Sorrow
Rewieved by: Giorgio
Sentence: Improving track to track

Dalla Svezia con furore gli Anachronaeon arrivano alla quarta fatica discografica The Ethereal Throne. Molto attenti alla scena nazionale traggono ispirazione principalmente dal Death melodico infarcito di elementi Doom dei primi October Tide e il Death melodico un po' farlocco degli Eternal Tears of Sorrow pieno di intermezzi acustici, ma senza l'overdose di tastiere di questi ultimi (che sono la cosa che proprio non sopporto). Nei puliti il cantante Patrik Carlsson pare invece ispirarsi palesemente alla scuola del Death Doom melodico attingendo a piene mani dallo stile dei Saturnus.
La proposta del gruppo non brilla per originalità e devo dire il disco parte anche con le tracce in un certo senso peggiori, quelle più scontate e la seconda The Essence Of My Only Becoming non brilla per riffing. La svolta arriva con Defying My Master dove il gruppo trova l'ispirazione e butta là un bellissimo pezzo di Death Doom melodico dall'intro acustica stupenda che globalmente ricorda un po' gli In Flames di Whoracle fusi con i  Saturnus di Paradise Belongs To You. Da questa inanellano altri buoni pezzi che sinceramente non capisco perché non hanno messo prima visto che come qualità sono a mio avviso nettamente superiori alla media, coniugando bene riff potenti e veloci con belle melodie e intermezzi più lenti e malinconici. In definitiva The Ethereal Throne è un disco un po' mutilato, con una parte piena di buone idee anche se non particolarmente innovative, ma un inizio abbastanza moscio da non prendere quasi per niente. Facciamo che per stavolta se la cavano con un sei politico, ma giusto perché sono sensibile a un certo tipo di melodie.


Mark: 6.0/10



Autopsy - The Headless Ritual


Year: 2013
Genre: Death-Doom
Record Label: Peaceville Records
Sounds like: Old-school Death Metal, Autopsy
Reviewed by: Edoardo De Nardi
Sentence: Rotten To The Core!!

Tornati sulle scene ormai quattro anni fa, gli Autopsy sembrano aver scovato da qualche parte l’elisir di eterna giovinezza, tanta è la foga putrescente sprigionata dal loro come-back, con il precedente “Macabre Eternal” prima e con il nuovissimo “The Headless Ritual”poi. La mente contorta ed imprevedibile di Reifert aveva già stupito con le insolite influenze inserite qua e là all’interno di “Macabre Eternal”, che pur possedendo tutti i trademarks tipici della band, aveva saputo aggiungere umori presi in prestito anche da altri generi musicali. Il discorso prosegue senza intoppi con il nuovo album, che riattualizza l’originario death-doom marcio della band con elementi sorprendenti ma sempre tremendamente “Autopsy”. “Slaughter At Beast House” ad esempio, suona come una dichiarazione di guerra: ogni singolo secondo della canzone ripercorre con foga gli esordi della band, che nonostante le moderne tecnologie del settore, continua a preferire un sound naturale, grezzo e dal sapore squisitamente “lo-fi”. La virata funeral-doom di metà canzone, con le sue tipiche melodie sbilenche, il basso minimale ed ossessivo, ed i soffertissimi latrati del drummer americano, da sempre prima voce del gruppo, elevano ulteriormente il livello del brano, iniziando fin dalla prima traccia a lasciar intravedere nuovi, epici sviluppi per il gruppo.
“Mangled Far Below” oltre ai soliti riffs old-school made in Usa, di cui i Nostri sono stati peraltro tra i primi inventori, flirta spudoratamente con il crust ed il punk più psicotico, in un indegno incesto che spunterà anche in altre occasioni nel corso della tracklist (Coffin Crawlers). Non importa quale sia l’origine delle scheggie impazzite che maneggiano e rimodellano secondo i loro canoni: tutto in “The Headless Ritual” viene rivisitato secondo il perverso, personalissimo punto di vista dei suoi efferati esecutori, che trasformano in marcio tutto quello che toccano. “She Is A Funeral” scorre pesante ed opprimente, con un riff plumbeo e stentoreo che davvero non ti aspetti, ma che dopo pochi giri conquista ed ammorba grazie ancora alle vocals disperate, quasi inumane e ad una struttura a suo modo imprevedibile e cervellotica. Si torna a pestare sodo con “When Hammer Meets Bone”, ennesimo impeccabile saggio sul significato della parola rinnovamento misto a tradizione: è effettivamente impossibile anche in questo caso che il pezzo non richiami alla mente i periodi di “Severed Survival” e “Mental Funeral”, eppure non manca, ad esempio nel rallentamento centrale, una sorta di richiamo al minimalismo e alla semplicità di certi correnti moderne del death metal. Di tutt’altro genere è la breve pausa classic-epic di “Thorns and Ashes” che arriva a ricordare persino certi fraseggi maideniani, che però non fanno gridare troppo allo scandalo per la cupezza che comunque gli americani rilasciano nella propria musica. “Arch Cadaver”, dopo un inizio da brividi, si scatena in una tirata di thrash-death davvero notevole, ancora una volta classica ma attuale, perfetta per il delirio sotto palco che certamente porterà con sé.
Per alcuni, particolari aspetti, il nuovo corso intrapreso dagli Autopsy ricorda da vicino le ultime vicende discografiche dei norvegesi Darkhtrone ed i loro, altrettanto inaspettati sviluppi artistici: l’amore quasi viscerale per un concetto non compromesso ed “underground” di musica, il tributo che entrambe le band stanno dimostrando verso le prime correnti dell’heavy metal e, soprattutto gli Autopsy, del classic-doom settantiano, la voglia di non relegare la propria proposta ad una singola e ben delineata etichetta di genere; a differenza del duo black metal però, Reifert e compagni non hanno mai estromesso il loro gene originario dalle nuove releases, e anzi partendo proprio da una chiara ed orgogliosa appartenenza alle loro origini, sono stati in grado di mischiare le carte in tavola, senza però stravolgere le regole del gioco. A darne conferma arriva la conclusiva “Running From The Goathead”, ultima canzone vera e propria di “The Headless Ritual”, prima della omonima, horrorifica outro che ci abbandona lentamente nella palude tossica e malsana in cui gli Autopsy ci hanno calato, ancora una volta. Per fortuna.


Mark: 8/10



Oceanwake - Kingdom


Year: 2013
Genre: Progressive Death Doom Metal
Record Label: Stygian Crypt Productions
Sounds like: Early Amorphis, early Anathema, early Katatonia, In Mourning
Rewieved by: Giorgio
Sentence: Surprising yet beautiful

Debutto discografico per i finlandesi Oceanwake su Stygian Crypt con questo misterioso Kingdom. Misterioso perché Kingdom è un disco abbastanza strano che nonostante la chiara ispirazione nel  Death Doom di stampo più riflessivo e progressivo degli Amorphis e degli Anathema di una volta, col gusto melodico tipico dei primi Katatonia non si limita a riproporre questi stilemmi compositivi, ma va decisamente oltre arricchendo le influenze progressive. Già guardando la tracklist ci si può rendere conto di come il prog possa aver influenzato questi artisti finlandesi: si incomincia con una suite divisa in tre parti per poi passare ai tre brani finali cui due di questi durano ben oltre i dieci minuti. Kingdom è un disco molto lungo che dall'iniziale suite si dipana in modo alle volte decisamente inaspettato, ma intimamente coerente e ben costruito.
Da un punto di vista prettamente musicale da un lato nei pattern di batteria lenti, ma articolati possiamo ravvisare la lentezza e la disperazione del Doom, tuttavia letta attraverso la lente del Death Metal melodico, ma intricato degli In Mourning. Dall'altro gli stacchi acustici pacati e riflessivi già tipici di Anathema e Katatonia (o anche i primi October Tide) sono resi ancora più elaborati e complessi e si sente la tendenza ad andare va verso le atmosfere ovattate e malinconiche tipiche di un certo progressive e Post Rock alla God Is An Astronaut. Alcuni passaggi corposi tradiscono un gusto abbastanza "moderno" per l'uso delle distorsioni, con suoni compressi e portati al limite, trovata che a mio avviso non amalgama benissimo col resto del disco, ma non brutta in sé e sicuramente con un suono dirompente. La voce non presenta sconti di pena: il growl non lascia praticamente spazio ad altre forme espressive (rarissimi i puliti) e rappresenta sicuramente il trait d'union fondante degli Oceanwake col Death Metal, nonostante questo sia un disco tutt'altro che old school. In definitiva Kingdom è un disco veramente buono e che mi ha stupito molto, più che per le influenze che amalgamano gli Oceanwake per l'assoluta naturalezza con cui lo fanno rendendo il lavoro estremamente puntuale e coerente: non c'è mai un momento in cui ti chiedi "ma questo riff qua che c'entra con quello prima?" e la bravura degli Oceanwake come compositori e arrangiatori (oltre che ovviamente come musicisti) sta proprio in questo.


Mark: 7.5/10


Black Sabbath - 13


Year: 2013
Genre: Heavy/Doom Metal
Record Label: Vertigo Records
Sounds like: Black Sabbath (Ozzy era)
Rewieved by: Giorgio
Sentence: Tony Iommi is the man

Da quando seguo il Metal mi sono aspettato molte cose, ma tra queste sicuramente non c'era il vedere uscire un nuovo disco dei Black Sabbath. Soprattutto un disco dei Black Sabbath con la formazione originale, eccettuato il fuoriuscito per motivi tutt'ora non troppo chiari Bill Ward, condannato poi alla damnatio memoriae dagli altri membri della band. Al di là del gossip che si può fare su questo argomento, che è dal mio punto di vista poco interessante, da quando i riuniti Black Sabbath hanno annunciato di voler fare un nuovo disco l'attesa era tanta, nonostante ci fosse chi temeva (mai con tutti i torti) semplicemente una sordida operazione commerciale. Successivamente il singolo God Is Dead non aveva fatto che aumentare spasmodicamente l'ansia per il prodotto completo. Tuttavia già allora si erano subito delineate le due fazioni: quella del "fa schifo" e quella dell'"è stupendo". Gli argomenti della prima confesso essermi vagamente sfuggiti, se non che ogni tanto si vedeva qualcuno che se ne usciva con roba del tipo "è lento", "è troppo lunga", "è troppo monotona". Riguardo questi soggetti ci si potrebbe chiedere se in primis hanno mai ascoltato i Black Sabbath, in secundis se hanno una vaga idea di cosa sia il Doom Metal. All'uscita di 13, fino a che non ce l'ho avuto in mano e non ho potuto ascoltarlo, mi sono rifiutato di andarmi a leggere alcuna recensione (questo nonostante non potessi mettere mano al disco prima di diverso tempo visto che ero via), ma mi sono limitato al massimo a leggere un po' di commenti sparsi qua e là, con la predilezione per le opinioni espresse dai metallari più anziani, possibilmente quelli che nel periodo di gloria dei Black Sabbath sapevano già chi fossero. Mi ha colpito particolarmente il commento di John McIntee degli Incantation che aveva giudicato il disco buono, ma con una serie di lamentele per la voce di Ozzy. Sharon Bascovsky dei Derkéta di contro aveva un parere completamente positivo.
Parlando quindi di 13 dal punto di vista musicale comincerei proprio su queste lamentele su Ozzy (che nelle varie discussioni sull'argomento ho visto piuttosto diffuse). Secondo me questo tipo di rimostranze sono abbastanza infondate. Fondamentalmente per due motivi. Il primo è ovviamente non puoi fare una reunion della formazione originale dei Black Sabbath e lasciare fuori Ozzy, il quale a mio avvisto è sempre stato l'unica vera voce dei Black Sabbath (nonostante non si possa negare che Iommi abbia saputo negli anni circondarsi di grandissimi cantanti). Il secondo è che lo sanno tutti che se vedi scritto Ozzy Osbourne non ti aspetti un mostro di tecnica canora, quanto più una voce sufficientemente calda che sappia calarti in certo mood. In questo intento la voce di Ozzy riesce appieno, buttandoti dentro, proprio come una volta, nella cupa disperazione sottolineata dal riffing di Iommi. Ecco, quindi buttate giù le critiche su Ozzy, andiamo a quello che secondo me è il punto di forza del disco: l'abilità di Tony Iommi di continuare a tessere le sue partiture in bilico tra la lentezza esasperata nelle scale minori e i grotteschi blues distorti in modo che il suo stile sia inconfondibile, ma non banale. Infatti nonostante lo stile del padre putativo del metal sia veramente improntato su quello dei suoi primi cinque dischi permane quel feeling immortale dei riff che sembrano versioni grottescamente distorte e manipolate del blues, con le parti costruite su scale più classiche di tanto in tanto unite con sapienza al gusto sperimentale che pervadeva Sabbath Bloody Sabbath, fino alla space ballad Zeitgeist che farà felici tutti gli appassionati di Planet Caravan. Se dovessi dire proprio tutto quello che penso, sotto certi aspetti 13 mi sembra proprio un ritorno alle origini, avendo molti punti in comune proprio con il primo eponimo album del 1970. La struttura dei pezzi molto lunga e ossessiva colpisce proprio al cuore del Doom primigenio oggi con la stessa forza di allora (anche se certo oggi non può più fare scalpore come un tempo). Il lavoro di Iommi alla chitarra è quindi la chiave di volta del sound di 13, il muro portante su cui si regge tutta l'archittettura dei nuovi vecchi Black Sabbath. Geezer Butler dal canto suo come ha sempre saputo fare sa ritagliarsi i suoi spazi a suon di otteve e raddoppi in mezzo ai riff di Iommi, dando quel tocco caratteristico che completa al meglio l'architettura chitarristica impiantandoci sopra le giuste decorazioni. In questo la terza traccia Loner è da manuale, dall'intro alla parte acustica si sente come il basso di Butler lungi dal ripetere banalmente la linea melodica della chitarra va a riempire tutti gli spazi vuoti in modo magistrale. Come sottolineato anche dalle varie discussioni che si vedono in giro quello che forse è l'unico punto (semi)dolente è forse rappresentato dalla batteria suonata dal session Brad Wilk (ex-Audioslave, ex-Rage Against The Machine) non tanto perché lo stile sia eccessivamente diverso da quello dei Black Sabbath, quanto più perché il feeling è abbastanza stereotipato, nel senso che a suonare la batteria su questo disco poteva esserci virtualmente chiunque: una volta finito il disco non hai pressoché nessun pattern di batteria che ti sia rimasto in mente. In questo l'assenza di Ward, delle sue tipiche rullate e dei controtempi si nota e non a caso i volumi della batteria sono piuttosto bassi. In certo senso mi ricorda un po' quello che si dice sia successo durante le registrazioni di ...And Justice for All, in cui Hetfield sentendo Jason Newsted suonare il basso commentò "È bravo, ma non è Cliff" e gli fece abbassare tutti i volumi. Tirando le somme se vi state chiedendo se ascoltare o meno 13, la domanda è mal posta. Dovreste chiedervi piuttosto perché ancora non l'avete ascoltato! Un lavoro così con questo feeling settantiano made in Iommi non può che essere apprezzato da tutti quelli che amano e hanno amato i Black Sabbath del primo periodo e più che consigliato è d'obbligo!


Mark: 8/10



My Dying Bride - The Manuscript


Year : 2013
Genre Death/Doom/Gothic Metal
Record Label: Peaceville Records
Sounds like: My Dying Bride TLATEOFW era
Rewieved by: Giorgio
Sentence: Constant effort brings constant results

Meno di un anno fa ci eravamo lasciato con quel buon disco che è A Map of All Our Failures, che riprende quella che secondo me è la vena migliore dei My Dying Bride, cioè quella più equilibrata di The Light At The End of The World dove le parti più gothicheggianti con abbondante uso dei syinths si alternano ai momenti più robusti che ci rammentano come i My Dying Bride abbiano ancora sebbene celata in mezzo a un grosso marasma di riff melodici una gran rabbia. Oggi con il nuovo EP The Manuscript si prosegue sulla stessa via.
Differente dal precedente EP The Barghest o' Whitby, un massiccio monotraccia di oltre venti minuti, The Manuscript propone quattro tracce ben calibrate nel mix di violenza e melodica. Il riffing chitarristico tipico dei My Dying Bride costruisce melodie con tanto feeling quanto i passaggi rapidi di Var Gud Over Er uniti agli ancor oggi micidiali growl di Aaron Stainthorpe le distruggono. Da un lato da notare la presenza di passaggi acustici, lunghi riflessivi ed evocativi, un tratto non comune a tutte le pubblicazioni della band inglese. Specialmente i momenti acustici sottolineati dal violino (come in A Map of All Our Failures violino vero suonato dal violinista/tastierista Shane Macgowan) in A Pale Shroud of Longing commuovono. L'impegno costante dei My Dying Bride nello scrivere musica di qualità è quindi ripagato ancora con buoni risultati. Forse siamo lontani dai capolavori del passato, ma certamente non ci si perde neanche in semplici ripetizioni schematizzate dello stile che li ha resi grandi. Soprattutto i sentimenti che la loro musica emana, dalla cupa depressione alla foga rabbiosa, oggi come ieri sembrano sempre genuini e veri.


Mark: 7.5/10


October Tide - Tunnel Of No Light



Year: 2013
Genre:  Melodic Death / Doom Metal
Record Label: Pulverised Records
Sounds like:  Katatonia
Rewieved by: Giulio Valeri
Sentence: Un disco valido, seppur non sapientemente bilanciato.


Gli October Tide nacquero in un periodo particolarmente critico per i Katatonia. Dopo aver rilasciato lo straordinario Ep “For Funerals To Come” nel 1995, Blakkheim e Renkse decisero infatti di separarsi per intraprendere nuove strade: il primo fondò il suo progetto black Diabolical Masquerade, mentre il secondo insieme ad uno dei fratelli Norrman si preoccupò di dare alla luce gli October Tide. Tale esperimento durò per Renkse solo per l'esordio “Rain Without End”, disco ancora legato a quanto proposto dai primissimi Katatonia e dove è possibile imbattersi in una delle ultime performance vocali del corpulento musicista svedese con harsh vocals. Dopo un secondo disco nel '99, della formazione si perse ogni traccia per una decina di anni, anche perché dopo quel momento di incertezza la macchina sforna realease di qualità a nome Katatonia, riprese a funzionare a ritmi spaventosi, ragion per cui Fredrik Norrman optò per una messa a riposo del progetto che contribuì a delineare con Renkse. Dopo svariati anni di carriera con i Katatonia il buon Norrman decise quindi di riaprire il discorso October Tide nel 2010, cioè all'indomani della sua fuoriuscita  insieme al fratello dal gruppo che si occupò in tutto e per tutto di cambiare le regole del doom (e non solo). Forti di un nuovo cantante, il nuovo “Tunnel Of No Light” sembra essere uno dei tanti sentieri che i fratelli Norrman dovranno percorrere per scrollarsi di dosso l'ingombrante passato vissuto nei Katatonia. La loro nuova fatica è un disco pieno di dissidi, dove la voglia di proporre qualcosa di fresco e personale si scontra con la pesante eredità del gruppo di provenienza. Dissidio più che legittimo, visto che il Norrman ha contribuito a creare il sound dei moderni Katatonia, essendo co-autore insieme a Renkse e Blakkheim di numerosi brani degli ultimi. Se vi siete mai domandati come suonerebbero i Katatonia al giorno d'oggi, qualora Renkse avesse continuato con le harsh vocals, la risposta è contenuta nelle nuove release degli October Tide, molto semplice. Si inizia dunque con “Of Wounds To Come” ,“Our Constellation” ed “Emptiness Fulfilled”, brani dotati di un ottimo impatto grazie a riff convincenti e che colgono nel segno, per poi arrivare a tracce particolari, di buona qualità, ma completamente sommerse da quella voglia di malinconia a tutti i costi, che finisce per annegare in alcuni momenti anche la controparte più aggressiva della proposta, sfociando in esiti dal bilanciamento incerto. Tra i superstiti di questa marea d'ottobre vanno comunque segnalate “Watching The Drowners” e la successiva  “In Hopeless Pursuit”, davvero degne di nota. Se siete comunque fan dei Katatonia, questo disco è caldamente consigliato, anche se siamo più che convinti che i fratelli Norrman e i loro nuovi compagni di avventure siano in grado di fare molto di più. Che stringano dunque i denti per fugare ogni possibile e fastidioso accostamento con la loro vecchia band, partendo dalle ottime basi, sicure indici di ulteriori sviluppi, tracciate in questa release.


Mark: 7/10


Sculptor - Pact with the Doomed



Year: 2013
Genre: Death Doom Metal
Record Label: Darknagar Records
Sounds like: My Dying Bride, Evoken, Katatonia
Rewieved by: Giorgio
Sentence: One man band hell

Scupto lavora da solo a Rasskazovo, città che conta poco più di 40mila anime nella Russia sud-occidentale. Il frutto del suo lavoro è il progetto Sculptor, ad oggi autori di due dischi e uno split. La proposta è un Death Doom di tendenze Doom (corrente My Dying Bride), dai suoni molto nitidi che fa un uso sapiente delle tastiere e degli stacchi acustici nei quali ricorda un po' gli Evoken. Il growling di Sculpto è molto buono, basso e ben modulato, peccato che si ostini a usare per la maggior parte del tempo uno scream strozzato di stampo Black Metal che non si amalgamano troppo bene col resto, anche perché non viene usato proprio nei riff più della scuola dei primi Katatonia, che quindi molto devono al Black.
Il secondo disco di Sculpto(r), Pact with the Doomed, esce quest'anno per Darknagar Records e segue queste coordinate. Di particolare dalla loro gli Sculptor hanno l'inserimento di parti che sembrano rasentare quasi l'industrial. Sculpto pare padroneggiare molto bene tutti gli strumenti, tuttavia sembra essere proprio questa capacità a limitarlo. Infatti la tendenza a voler mettere tutto il fattibile insieme rende il suo songwriting eccessivamente involuto e talvolta addirittura incomprensibile senza riuscire a portare l'ascoltatore nel giusto mood. Soprattutto nel Doom mancare di atmosfera può essere decisamente sconveniente, perché si passa dall'essere oppressivi, malevoli e macabri all'essere semplicemente noiosi. Come punto alto del disco cito l'intro agghiacciante di To Lamenting One che vale veramente molto. Come punto più basso che proprio non riesce a convincere invece citerei la lunghissima e sempre uguale intro di The Spleen, che proprio non si capisce dove voglia andare a parare. Nel complesso passabile, ma si può fare decisamente di meglio.


Mark: 6/10

Krownn - Hyborian Age



Year: 2013
Genre: Doom Metal
Record Label: Self produced
Sounds like: Black Sabbath, Pentagram, Saint Vitus, Trouble, Reverend Bizarre, Electric Wizard, Stillborn
Rewieved by: Giorgio
Sentence: Back in time!

Si ritorna a parlare di Doom Classico, quello originario che emerge dai solchi dei Black Sabbath per passare per quelli di Pentagram e Saint Vitus e rinascere in gloria negli anni 2000 con quelli dei Reverend Bizarre. Infatti si parla dei Krownn, un gruppo italiano di recente formazione (estate 2012) che ha dato luce nei primi mesi del 2013 al loro primo prodotto, il demo (abbastanza corposo bisogna dire) Hyborian Age.
Da Hyborian Age emerge un gruppo con una buona padronanza del songwriting doom supportato da un suono potente e a tratti un po' suffoso che tende un po' verso lo Stoner di Electric Wizard e Sleep. Il cantato un po' à la Ozzy non si distacca particolarmente dalla musica finendo per immergervisi dentro in un unico magna ribollente di overdrive. Quello che passa all'ascoltatore è una ben riuscita idea di ossessività Doom, senza fronzoli o oprelli di alcun tipo se non qualche tendenza strumentale blues. Come prima prova Hyborian Age suona decisamente maturo, forse non troppo "personale", nel senso che di nuovo e innovativo c'è poco o nulla, ma per tutti gli amanti del metal lento, ma corposo è sicuramente da sentire. Su tutto consiglio la strumentale Stromborn che con i suoi quasi otto minuti riesce a incantare senza posa.


Mark: 7/10

Mourning Beloveth - Formless‏



Year: 2013
Genre: Death Doom Metal
Record Label: Grau Records
Sounds like: My Dying Bride, Anathema, Celestial Season (first album)
Rewieved by: Giorgio
Sentence: Shocking

Ci stanno quelle recensioni che mannaggiacristo. Questa è una. Ritornano i Mourning Beloveth che dopo ben cinque anni pubblicano un nuovo disco intitolato Formless. Formless, senza forma, amorfo. Lo prendi. Lo ascolti. Allora inizia il delirio. Ok, Dust e The Sullen Sulcus non si battono, quelli sono capolavori e in quanto tali restano là, come scolpiti, cristallizzati nella loro discografia e soprattutto nella storia del Death Doom che più deve ai My Dying Bride, ma Formless è probabilmente il lavoro più agghiacciante che abbiano mai prodotto. Canzoni lunghissime, tutte a parte la breve Old Rope, oltre i quattordici minuti, che portano alla massima tensione l'ascoltatore, sfibrando e demolendo tutto pezzo per pezzo, con la lentezza di una condanna a morte. Un disco che ti va in loop senza che neanche tu te ne accorga perché ti trascina giù con sé negli abissi più tetri del dolore e della sofferenza.
La violenza psicologica che porta all'annullamento dell'individuo si sprigiona dai solchi di Formless come poche volte nella storia: non c'è un singolo suono, sia di chitarra o di batteria che possa arrecare conforto. Anche le curatissime uscite acustiche piene degli arpeggi classicheggianti che sono un trendmark dei Mourning Beloveth non lasciano che l'angosciante dubbio che il peggio debba ancora venire. Tutto si perde nelle armonizzazioni e nei fraseggi minimali dal sapore tragico che affogano nel growling micidiale di Brennan. Il suddetto Brennan, ormai toltosi definitivamente quell'aria di simil Stainthorpe (non che non ci facesse piacere) che aleggiava sui primi dischi ha trovato il suo stile anche sui puliti, che tuttavia alle volte risulta non troppo azzeccato forse. La voce filtrata dell'inizio Theory of Old Bones forse non è proprio azzecatissima, quindi l'inizio del disco non è eccelso, ma hanno decisamente modo di rifarsi dopo. Quando la violenza psicologia si tramuta in violenza fisica su Old Rope succede il finimondo, con un brano che con l'incedere massiccio e monotono dei suoi accordi risulta ipnotico e terrificante allo stesso tempo. Le sovraincisioni di growl e scream fanno il resto.
Un lavoro maestro per dei maestri.


Mark: 8+/10



The Fall of Every Season - Amends



Year: 2013
Genre: Atmospheric Doom Metal
Record Label: Grau Records
Sounds like: Katatonia (Brave Murder Day)
Rewieved by: Giorgio
Sentence: Nice Work

Dopo ben sei anni eccoci al secondo capitolo Amends della one man band norvegiese The Fall of Every Season. Dall'esordio From Below che era molto orientato sul Funeral anche se pieno di atmosfere ovattate e quasi sognanti (ricordo sempre la toccante Sisiphean) il sound si è spostato in direzione molto più atmosferica con grandi reminescenze del Black Death Doom dei Katatonia di Brave Murder Day. Se infatti i passaggi di growl su sottofondo distorto ricordano abbastanza da vicino l'agghiacciante desolazione di brani come Brave, i passaggi puliti ricordano più da vicino la soffusa melodia di Day.
A mio avviso un passo avanti rispetto al disco precedente, che seppur bello sembrava ogni tanto arracancare sopratutto nelle parti pulite che non erano proprio al massimo della forma. Qua invece le parti pulite sono decisamente più belle e coinvolgenti, i brani seppur lunghissimi riescono a non stancare per nulla (tranne forse l'eccessiva coda vuota dell'ultimo che trovo leggermente ingiustificata). Diciamo che il lavoro risulta convincente e buono, però gli manca quel che per distinguersi in modo effettivo. Infatti Amends sembra muoversi un po' sul terreno già battuto illo tempore dai Katatonia, seppur con una sorta di sincretismo di momenti corposi e di momenti calmi e tranquilli che appunto in Brave Murder Day mancava. Un ottimo disco da sottofondo, che tuttavia ad un ascolto un po' più attento può risultare meno incisivo di quanto sembrasse.


Mark: 7+/10



Desolate Shrine - The Sanctum of Human Darkness


Year : 2012
Genre : Doom/Death Metal
Record Label : Dark Descent Records
Sounds Like : Portal, Emptiness
Reviewed by : Edoardo
Sentence : Nothing more than a good album

Anche loro sono un po datati ma ce li facciamo piacere lo stesso, tanto non state mica a guardare quando è uscito il cd.
I Desolate Shrine per Dark Descent Records, finlandesi come sempre e Death Metal ovviamente sono la tipica band che nel giro di 2 anni si è fatta un mucchio di fan perchè non è stata a guardare il vecchio e il nuovo ma ha fatto semplicemente qualcosa che va oltre.
Post Death Metal ora lo definiscono, quel miscuglio apocalittico di Doom e Death Metal, qualche base industriale e atmosfere saturatissime di Gain, si è un movimento nuovo e portato avanti da band nuove ma essenzialmente non è niente di così rivoluzionario, in molti nel passato ne hanno dato già forma, vedi gli Incantation che con quei monoliti da 7-8 minuti e anche oltre ripercorrevano pare pare queste atmosfere.
I Desolate Shrine sono essenzialmente una One man band costruita bene, un polistrumentista e due cantanti, ovvero ad ognuno il suo. A nemmeno un anno di distanza ci riprovano con The Sanctum of Human Darkness, 55 minuti di ululati e disperazione.
L'atmosfera è satura di polvere e intravedere le note è spesso arduo,la batteria marziale ci aiuta a collegare le ritmiche e a proferire un sapore quanto meno mortale al lavoro. Si lavora sulle ritmiche e ci si aiuta con il growl per destare stupore in quei lunghi viaggi di cui è composto il lavoro. Durata media elevatissima per quasi tutte le canzoni se vogliamo contare anche l'intermezzo e l'intro se no siamo sempre sopra o vicino i 7 minuti.
In The Sanctum of Human Darkness si gioca a fare i ganzi e i rivoluzionari ma attenti ascolti e una buona dose di stronzaggine fanno capire come il 70% dei riff dei nostri siano abbastanza scontati.Se si levasse la coltre di gain e gli si desse una degna produzione troveremmo l'ennesima band old school a più non posso. Però ci mettono qualche armonizzazione toga, sanno lavorare bene con le ritmiche, sanno gestire i loro parti infiniti e catalizzare l'attenzione nello spettro generale e non in un solo strumento, tutto è fine a tutto.
Insomma vale la pena aspettare verso i 4 minuti e 30 di Demon Heart per le geniali armonizzazioni ed atmosfere, vale la pena godersi tutto il cd perchè contiene vari Ester Egg da gustarsi sin all'ultimo secondo.
Bravissimi, i Desolate Shrine riescono a mascherare il fattore Old School catapultando l'ascoltatore in un mare abissale con pochi eguali, sarà gioioso quindi aspettare qualche riff un po' troppo old e strausato, non peseranno le aperture infinite, il cd scorre che è una meraviglia. Pathos ed energia cooperano per trasmettere emozioni, da li allora ce se ne fotte se esso è o no vecchia maniera, ce se ne fotte se qualche trovata è un po prevedibile e già usata, ce se ne fotte perchè quando un cd trasmette qualcosa nel Death Metal non bisogna guardare i nei del lavoro.
Se vi fate spaventare dalla durata, dalla coltre di Gain, dal fatto che può sembrare ad un primo ascolto troppo 90's e quindi rinunciate, vi perdete uno dei cd più ammiccanti e riusciti nel Death del 2012, vi perdete un gran cazzo di lavoro.


Mark : 8/10



Autumn People - Arising


Label: Stygian Crypt Production
Year: 2012
Genre: Gothic Doom Metal
Sentence: KYPCK playing Lake of Tears [7.5]

Dalla gelida Russia ecco un regalino per chiudere bene l'anno, il buon disco di questi Autumn People, il cui nome originale si dovrebbe scrivere in cirillico, cosa che non mi azzardo a fare poiché non ho voglia di litigare con le codifiche dei caratteri col PC in quanto rischia sempre di aver ragione lui, ma che non hanno bisogno della lingua per comunicare quello che hanno da dire. Il cantanto in russo forse proprio per la sua incomprensibilità scivola via e riesce ad affascinare come poche cose, incantando con la sua astrusa musicalità. Giunti al debutto con questo disco intitolato programmaticamente Arising gli Autumn People dimostrano di saperci fare parecchio proponendo una buona miscela di Gothic Doom, sotto certi aspetti estremamente melodica, ma sicuramente godibile.
Al primo accenno delle note aspre della viola il ricordo non può che andare ai gruppi che per primi avevano iniziato su questa via come i My Dying Bride o i Celestial Season, ma anche ad epigoni più moderni come gli americani Asunder (anche se là si va già nel funeral, ma il violoncello come lo hanno usato loro veramente pochi altri), ma in realtà la miscela è un po' diversa. È un po' come se i KYPCK si mettessero a suonare i Lake of Tears di Forever Autumn: il punto d'incontro dei riff monolotici alla Lopakka e del cantato postsovietico di  Seppänen con la tensione progressiva e melodica tipica del gruppo svedese ovviamente fusi nel comune gusto per i ritmi lenti e cadenzati. Una malinconica sinfonia dell'autunno che ricorda Verlaine quand scrisse: "Les sanglots longs / Des violons / De l'automne / Blessent mon cœur / D'une langueur / Monotone." (ossia "I lunghi singhiozzi dei violini dell'autunno feriscono il mio cuore con un languore monotono", ma in italiano non rende). In definitiva gli Autumn People fanno un musica sotto certi aspetti forse un po' facile, ossia di ascolto non troppo complesso, che tuttavia riesce a colpire in un buon modo l'ascoltatore centrando quindi in pieno il proprio obiettivo.
[Giorgio Gubbiotti]



SATURNUS - SATURN IN ASCENSION



Label: Cyclone Empire
Year: 2012
Genre: Death / Doom Metal
Sentence: [8.0]

I Saturnus sono una band Death/Doom Metal proveniente dalla Danimarca, nati nel 1991 con il nome di “Assesino”, nel ’94 il nome viene trasformato in “Saturnus”. Dopo 3 album, riemergono con “Saturn in Ascension”, un prodotto che evoca malinconiche emozioni ben allegate ai suoni melodici delle chitarre e al possente e massiccio Growl del vocalist Thomas. L’ album si apre con l’ accoppiata “Litany of Rain”-“Wind Torn”, due brani che si legano perfettamente fra di loro, 20 minuti complessivi di pura espressività melodica; “A Fathers Providence” rientra nei brani più movimentati del gruppo, ricordando alcune canzoni dell’ album “Veronika Decides To Die”, quello precedente. “Mourning Son” presenta atmosfere più tenebrose e lente, con una chitarra solista ricalcante melanconiche note. “Beetween” chiude il disco con l intento di fare piangere l’ ascoltatore grazie ad una rara interpretazione musicale. Cupi ed espressivi, a dir poco superbi.
[Matteo Antonelli]



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