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Red Fang - Whales and Leeches


Sin dal loro debutto nel 2008 i Red Fang si erano imposti come uno dei gruppi migliori nello scenario dello Stoner Rock/Metal nella vena degli allora defunti Kyuss. Con un riffing sanguigno quanto basta per sconfinare di tanto in tanto nel Metal condito dalle tipici voci riverberate e alienanti era quasi ovvio che fosse così. D'altronde se già l'omonimo del 2008 era buono il secondo disco Murder the Mountains resta secodo me il loro capitolo migliore, anche se non smuoveva troppo il sound dal predecessore. Da un lato infatti non si può dire che i Red Fang siano dei grandi innovatori, ma quello che fanno lo sanno fare assai bene e dove peccano in inventiva recuperano in feeling (e preciso che è proprio in questo senso che il migliore è secondo me Murder The Mountains). Infatti anche con Whales and Leeches il sound non si sposta da un millimetro, ma diverte e incanta come sempre e fa scappocciare, il che è effettivamente quello che un si aspetta quando lo si mette nello stereo.
Dai detrattori la critica è scontata, a me invece personalmente piace pensare che i Red Fang siano consci di quello che fanno in modo positivo cioè che il loro incedere stilemmico sia sentito e non giusto un escamotage commerciale per vendere qualche disco. In soldoni a me covincono appieno, quantomeno se non per gridare al capolavoro per mettere su la discorafia in loop e non stancarmi al secodo passaggio. Complice è sicuramente la produzione possente che tiene su l'impalcatura di riff in modo egregio sia nelle parti più veloci che in quelle più lente tendenti al doom. Brani come Dawn Rising col suo retrogusto Sludge è poi un must-listen e si consacra a mio avviso come il brano migliore del disco.  

Year: 2013
Genre: Stoner Rock/Metal
Record Label: Relapse Records
Sounds like: Kyuss, Melvins
Rewieved by: Giorgio
Sentence: Grosso rockerolle
Mark: 7.5


Dantesco - We Don't Fear Your God


Year: 2013
Genre: Epic Heavy/Doom Metal
Record Label: Inframundo Records
Sounds like: Candlemass, Solitude Aeturnus, Doomsword
Rewieved by: Giorgio
Sentence: We Don't Fear Dantesco

Inarrestabili gli spagnoli Dantesco sfornano quest'anno la loro quarta fatica We Don't Fear Your God. Con questo nuovo album si consacra definitivamente la transizione iniziata sul disco precedente Seven Years of Battle di scrivere i testi delle canzoni in inglese. Al di là della scelta internazionalistica (nonostante lo spagnolo, bene ricordarlo, è la quarta lingua più parlata al mondo) la transizione non è così indolore neanche da un punto di vista musicale. La diversa cadenza dell'inglese ha obbligato infatti il cantante La Bestia a rivedere tutto il suo stile canoro, passando da uno stile molto modulato e improntato sui bassi ad uno stile più agile marcato da timbriche più alte e classici vocalizzi acuti. Indubbiamente questa nuova timbrica attinge a piene mani dalla tradizione dell'Epic Doom e si può benissimo accostare a mostri sacri del genere quali Rob Lowe dei Solitude Aeturnus.
Musicalmente We Don't Fear Your God è un disco che come i precedenti del combo spagnolo attinge appieno dalla tradizione ottantiana dell'Epic Doom mischiato sapientemente con robusti passaggi più Heavy Metal, qualche volta con delle punte quasi Speed, tanto per dimostrare di saperci fare a tutte le velocità. L'ombra dei Candlemass si staglia lunga sopra l'intero disco, dal riffing al soloing abbastanza elaborato e molto presente del chitarrista Joel Carrasquillo. Nonostante le strutture dei pezzi siano  tutt'altro che banali e anzi molti brani siano lunghi e intricati i Dantesco continuano a puntare molto sui refrain catturanti come nei lavori precedenti. Infatti come nell'opera dei nostri connazionali Doomsword i ritornelli in We Don't Fear Your God sono la chiave di volta dell'atmosfera epica creata dal gruppo, si sentano Of Darkness, At the Hill of the Ravens o A Brother Has Fallen per una dimostrazione. We Don't Fear Your God quindi prosegue la via intrapresa dai Dantesco, in modo certamente degno di nota, ma senza aggiungere niente ai lavori precedenti, al limite togliendo qualcosa. Non a caso come notavo nell'introduzione il passaggio definitivo all'inglese come lingua d'espressione scombussola un po' le carte in tavola senza apportare miglioramenti, anzi togliendo alcune venature particolari che invece si avevano con i brani in lingua spagnola.


Mark: 7/10



Newsted - Heavy Metal Music


Year : 2013
Genre : Heavy Metal
Record Label : Independent
Sounds Like : Metallica
Reviewed by : Edoardo
Sentence : Sorry....

Ho cercato di essere oggettivo, tutta la simpatia e la stima per questo artista hanno rischiato più volte di offuscare il mio giudizio. Gli voglio quasi bene, in ogni gruppo che ha suonato, io l'ho seguito, tifavo per lui. Il suo primo EP già recensito su questo portale mi fece pensare che esso poteva fare ben di meglio nonostante le canzoni in se non fossero brutte, alla luce di quest'album le tracce prese dall'EP risultano però le migliori. Come valutare? Come procedere?
Heavy Metal Music nel suo banalissimo nome nasconde anche musica essenzialmente banale, lo stile è personale anche se riconducibile essenzialmente ai metallica, ma la proposta è classicissima, degna dei Metallica a cavallo tra il Black Album e And Justice... L'unica differenza realmente limitante e palpabile è la tecnica, troppa poca quella del caro Newsted per imbracciare la chitarra e pensare di tirare fuori roba che possa competere minimamente con Death Magnetic, superiore all'uscita qua presente. Il divario ed il limite tecnico di Newsted nella chitarra si ripercuote poi anche sul basso con ritmiche e linee prevedibili e mai ai livelli di quelle che si prestò a suonare nella sua avventura con Voivod e Metallica.
La dura verità è che probabilmente Newsted non è nemmeno tutto sto gran compositore, molto Old School, magari per non scontentare i vecchi fan, magari voleva puntare basso e sicuro. Il cd purtroppo oltre le tracce già presenti sull'EP non mi ha colpito ed anzi un paio di volte assopito, io non vorrei, ma devo, pensavo che potesse fare di più ed invece....
Caro Jason ci rivediamo al prossimo tentativo.


Mark : 5/10



Huntress - Starbound Beast


Year: 2013
Genre: Heavy/Speed/Thrash Metal (quite confusing)
Record Label: Napalm Records
Sounds like: A lot of different inputs giving a messy output
Rewieved by: Giorgio
Sentence: Huntress of big cocks (SatanArgh cit.)

Per chi l'anno scorso si fosse perso il debutto degli Huntress, Spell Eater, quest'anno, a meno di 12 mesi di distanza dal precedente (manco fossero i Doors) il gruppo capitanato da Jill Janus da' alle stampe il secondo full-lenght Starbound Beast. Quindi per chi si fosse perso la puntata precedente è quindi opportuno fare un po' di storia. Gli Huntress sono una band che si forma dall'incontro nel 2007 di Jill Janus, ex coniglietta di Playboy, con i membri (la battuta mettetecela voi) dei Professor, band di Heavy Metal tradizionale della California.
Vuoi per il potere persuasivo della cantante, soprattutto dato dai suoi solidi argomenti, Jill Janus riesce a far mettere i Professor in pausa per far dedicare i musicisti al suo personalissimo progetto. Infatti come concept gli Huntress sono interamente un frutto della mente (malata) della Janus che va in giro dicendo di essere una strega di non si sa qualche ricolo culto pseudo-esoterico. In realtà questa paccottiglia magicheggiante pare decisamente male assortita e sembra praticamente quasi solo funzionale a farci vedere la Janus in qualche posa sexy vestita di pelli animali. A riguardo le biografie dei membri sul sito rasentano veramente il ridicolo e sembrano un ammasso di cazzate messe insieme da un bimbominkia fatto di MD-MA. Vabbe' facciamo finta di niente (manco per un cazzo, ma il meglio deve ancora arrivare) e proseguiamo. Gli Huntress con alle spalle un demo e un EP autoprodotti finiscono chissà come mai sotto contratto con la Napalm Records NEL 2011.

Sotto la Napalm rilasciano, come accennavo più sopra il loro debutto Spell Eater, disco assai discusso nel web che tuttavia ha ricevuto critiche abbastanza positive anche su qualche webzine importante.
Il dubbio che si solleva qua e là è quasi ovvio: ma com'è che questi son diventati famosi, saranno bravi o è che la cantante è figa? Al lettore arguto il compito di capire come la penso io a riguardo.

Quindi arrivati a questo punto diciamo un po' le cose come stanno: la proposta musicale di Spell Eater è confusa, a tratti banale e ad altri anche fastidiosa. La voce della Janus nonostante la presenza scenica è indiscutibilmente il lato peggiore dell'album, perché nonostante il piattume dei riff si possa anche sopportare la voce della Janus non si capisce dove cazzo voglia andare. Growl? Scream? Graffiato? Pulito? Boh, un ammasso incerto di tutto, su dei riff che dovrebbero essere metal classico con qualche punta di Speed e di Thrash. Se state pensando i Demon siete ad almeno nove unità astronomiche di distanza, non c'entra proprio niente. In un certo senso Spell Eater era un disco che trascendeva le categorie, nel bene, ma anche e soprattutto nel male. Nonostante tutto questo (e non mi sembra di essere l'unico essere umano dotato di orecchie oltre che di occhi), gli Huntress hanno un successo megagalattico. Il tutto ha una matrice squisitamente musicale, come si può evincere dalla lieve e leggiadra provocazione lasciata da Jill Janus quando suonavano insieme ai Megadeth:
Che ragazza birichina!!!1!!111unouno!



Abbiamo allora che questa è la storia fino ad adesso, almeno finché l'altro giorno non ho visto che sì, l'avevano fatto: il seguito di Spell Eater, Starbound Beast che riprende la stessa simpaticissima iconografia fatta di streghe, streghine, streghette e troioni (ops). Ci si può chiedere cosa è cambiamo musicalmente? La risposta abbastanza sconfortante è che direi che è cambiato veramente poco. Devo dire l'intro è veramente buona e mi ha realmete stupito e lascia davvero ben sperare. Il primo pezzo effettivo, Blood Sisters è ben costruito una buona dose di melodia e di sano Heavy Metal che la fa prendere bene. Jill Janus sembra anche aver trovato una sua dimensione canora. Certo non possono mancare i momenti trash (senza h), cioè quando tenta di fare gli scream o peggio i growl. Ecco in quei momenti c'ha la voce di un gallo sgolato che tenta di cantare al sole e non riuscendoci si autosacrifica a Satana al primo quadrivio che trova. Poi il crollo psicofisico. Basta il titolo del terzo brano per capire che c'è qualcosa che non va: I Want Fuck You To Death. Un puro martirio sonoro senza né capo né coda, riff a caso, voce pessima e inesistente, melodie ridicole. La cosa peggiore è che stando a quello che sta scritto sulla presentazione del disco sarebbe frutto di una collaborazione con Lemmy Kilminster dei Motorhead. Adesso io esigo che qualcuno mi spieghi I Want Fuck You To Death, musicalmente prima ancora del testo perché quello forse posso arrivarci (almeno perché spiega tante cose) e perché ci sta il nome di Lemmy su 'sta merda.




 Lo pretendo cazzo. Lo voglio sapere. Ma so già che purtroppo questa domanda è destinata a restare una domanda retorica detta inter nos. Vaffanculo. Vabbe' andando avanti il disco è una pura e semplice schifezza, talmente pessimo che a certi tratti si potrebbe anche quasi dire che trascende le categorie di bene e male. Il motivo principale è la voce di Jill Janus che non capisce che minchia voglia combinare. Poi i riff di un piattume apocalittico che dopo un po' non distingui un pezzo dall'altro certo non aiutano. Per rincarare la dose bisogna anche dire che il mischione di generi che il gruppo vorrebbe fare è realizzato in maniera veramente pessima, perché c'è caso che si passa da un momento all'altro da un riff stile thrash ad uno stile black senza alcuna soluzione di continuità o raccordo logico. In mezzo a tutto questo comunque qualcosina si salva: i ritornelli di Oracle e di Spectra Spectral (anche se quest'ultimo è veramente un pezzo molto ruffiana) sono carini. Infine il riff finale (prima dell'outro senza senso) di Alpha Tauri è carino anche se sembra scopiazzato da qua e là, ma è uno di quei sentori che non sai giustificare bene bene. La title-track è di una noia mortale, ma veramente una cosa apocalittica, con dei riff che sembrano buttati a caso scopiazzando, malissimo i Black Sabbath. Il finale con la cover di Running Wild dei Judas Priest è un qualcosa per cui Halford potrebbe diventare etero se la sentisse.



La cosa più atroce degli Huntress è che in media i gruppi che hanno una frontwoman non lo scelgono a caso (togliamo i Tristania che la cantante è abbastanza incapace), mentre in questo caso siamo proprio all'opposto. Abbiamo una frontwoman palesemente incapace a usare il microfono (NON quel microfono!) che però è la fondatrice e elemento caratterizzante del gruppo (o forse l'elemento caratterizzante è il silicone...) quindi nonostante sia il problema più grosso è ovviamente irrinunciabile. Certo il vuoto mentale a livello di songwriting dei chitarristi non aiuta, come d'altronde non aiuta sfornare un disco all'anno, quando è evidente che hanno fatto un certo lavoro solo sul primo pezzo del disco Blood Sisters buttando gli altri palesemente a caso. Senza voler fare i bacchettoni a me gruppi di questo tipo danno abbastanza fastidio, perché si vede come con pressoché zero meriti artistici questi abbiamo contratti discografici e tour infiniti (nonostante siano costretti per le spese del tour fare Huntress Virtual Yard Sale for Mayhem Festival Tour Support, che dopo averlo visto l'unica cosa che ho potuto dire è "WTF I've just seen???"). Quindi al di là di tutto, gli Huntress mi fanno anche un po' incazzare, ma quel che è fatto è reso.


Mark: 4.5/10



X State Ride - X State Ride


Year : 2013
Genre : Heavy Metal, Punk, Thrash Metal
Record Label : Indelirium Records
Sounds Like : Metallica (Garage Inc and Reload), Five Finger Death Punch
Reviewed by : Edoardo
Sentence : X

Non sono un amante di certe sonorità e lo ammetto ma spero di riuscire a trovare punti oggettivi d'appoggio durante la mia scrittura. Gli X State Ride pubblicano per Indelirium Records questo album self titled che si basa sull'opera di George Orwell. Il sound della band è marcatamente 90's e si basa su molti clichè ampiamente sperimentati. La matrice punk fa da sottofondo a qualche elaborato riff più di natura groove e melodic hardcore non che sfuriate soliste molto Metallicose.
Il cd per quanto mi riguarda riesce nei momenti più storti a trovare un senso e a darsi a coordinate più Hardcore vicine agli ultimi anni salvo poi ripiombare come un bisonte su riff arpeggiati (ce ne staranno 2 milioni) conditi col solito cantato. Ecco, forse qui sarò analfabeta musicalmente parlando ma non mi pare che l'interpretazione canora funzioni. Quasi pare che il cantante vorrebbe provare a fare una sorta di Trivum ma il risultato è forzato, forse corretto, poco rabbioso. Moscio. I momenti alti non arrivano mai stanzia sempre sulla stessa linea vocale e non riesce a valorizzare i famosi momenti più contorti con un cantato maggiormente melodico o maggiormente aggressivo. Altra prova negativa viene fornita da una sezione ritmica troppo barricata dietro un tupa tupa soffocante che forse anche per questo leva tiro a riff di matrice a cavallo tra Thrash e Metalcore non male (Dislike). La stessa traccia è da esempio per quanto intendevo prima sulla interpretazione, nel momento in cui si fanno quei riff a "cascata di note" ci starebbe sopra tutto meno quello che viene cantato.
Il cd inoltre si dilunga eccessivamente e finisce per risultare un po' ripetitivo, non scontato dato che la maggior parte delle strutture delle canzoni sono abbastanza ricercate.


Mark : 5.0/10



Black Sabbath - 13


Year: 2013
Genre: Heavy/Doom Metal
Record Label: Vertigo Records
Sounds like: Black Sabbath (Ozzy era)
Rewieved by: Giorgio
Sentence: Tony Iommi is the man

Da quando seguo il Metal mi sono aspettato molte cose, ma tra queste sicuramente non c'era il vedere uscire un nuovo disco dei Black Sabbath. Soprattutto un disco dei Black Sabbath con la formazione originale, eccettuato il fuoriuscito per motivi tutt'ora non troppo chiari Bill Ward, condannato poi alla damnatio memoriae dagli altri membri della band. Al di là del gossip che si può fare su questo argomento, che è dal mio punto di vista poco interessante, da quando i riuniti Black Sabbath hanno annunciato di voler fare un nuovo disco l'attesa era tanta, nonostante ci fosse chi temeva (mai con tutti i torti) semplicemente una sordida operazione commerciale. Successivamente il singolo God Is Dead non aveva fatto che aumentare spasmodicamente l'ansia per il prodotto completo. Tuttavia già allora si erano subito delineate le due fazioni: quella del "fa schifo" e quella dell'"è stupendo". Gli argomenti della prima confesso essermi vagamente sfuggiti, se non che ogni tanto si vedeva qualcuno che se ne usciva con roba del tipo "è lento", "è troppo lunga", "è troppo monotona". Riguardo questi soggetti ci si potrebbe chiedere se in primis hanno mai ascoltato i Black Sabbath, in secundis se hanno una vaga idea di cosa sia il Doom Metal. All'uscita di 13, fino a che non ce l'ho avuto in mano e non ho potuto ascoltarlo, mi sono rifiutato di andarmi a leggere alcuna recensione (questo nonostante non potessi mettere mano al disco prima di diverso tempo visto che ero via), ma mi sono limitato al massimo a leggere un po' di commenti sparsi qua e là, con la predilezione per le opinioni espresse dai metallari più anziani, possibilmente quelli che nel periodo di gloria dei Black Sabbath sapevano già chi fossero. Mi ha colpito particolarmente il commento di John McIntee degli Incantation che aveva giudicato il disco buono, ma con una serie di lamentele per la voce di Ozzy. Sharon Bascovsky dei Derkéta di contro aveva un parere completamente positivo.
Parlando quindi di 13 dal punto di vista musicale comincerei proprio su queste lamentele su Ozzy (che nelle varie discussioni sull'argomento ho visto piuttosto diffuse). Secondo me questo tipo di rimostranze sono abbastanza infondate. Fondamentalmente per due motivi. Il primo è ovviamente non puoi fare una reunion della formazione originale dei Black Sabbath e lasciare fuori Ozzy, il quale a mio avvisto è sempre stato l'unica vera voce dei Black Sabbath (nonostante non si possa negare che Iommi abbia saputo negli anni circondarsi di grandissimi cantanti). Il secondo è che lo sanno tutti che se vedi scritto Ozzy Osbourne non ti aspetti un mostro di tecnica canora, quanto più una voce sufficientemente calda che sappia calarti in certo mood. In questo intento la voce di Ozzy riesce appieno, buttandoti dentro, proprio come una volta, nella cupa disperazione sottolineata dal riffing di Iommi. Ecco, quindi buttate giù le critiche su Ozzy, andiamo a quello che secondo me è il punto di forza del disco: l'abilità di Tony Iommi di continuare a tessere le sue partiture in bilico tra la lentezza esasperata nelle scale minori e i grotteschi blues distorti in modo che il suo stile sia inconfondibile, ma non banale. Infatti nonostante lo stile del padre putativo del metal sia veramente improntato su quello dei suoi primi cinque dischi permane quel feeling immortale dei riff che sembrano versioni grottescamente distorte e manipolate del blues, con le parti costruite su scale più classiche di tanto in tanto unite con sapienza al gusto sperimentale che pervadeva Sabbath Bloody Sabbath, fino alla space ballad Zeitgeist che farà felici tutti gli appassionati di Planet Caravan. Se dovessi dire proprio tutto quello che penso, sotto certi aspetti 13 mi sembra proprio un ritorno alle origini, avendo molti punti in comune proprio con il primo eponimo album del 1970. La struttura dei pezzi molto lunga e ossessiva colpisce proprio al cuore del Doom primigenio oggi con la stessa forza di allora (anche se certo oggi non può più fare scalpore come un tempo). Il lavoro di Iommi alla chitarra è quindi la chiave di volta del sound di 13, il muro portante su cui si regge tutta l'archittettura dei nuovi vecchi Black Sabbath. Geezer Butler dal canto suo come ha sempre saputo fare sa ritagliarsi i suoi spazi a suon di otteve e raddoppi in mezzo ai riff di Iommi, dando quel tocco caratteristico che completa al meglio l'architettura chitarristica impiantandoci sopra le giuste decorazioni. In questo la terza traccia Loner è da manuale, dall'intro alla parte acustica si sente come il basso di Butler lungi dal ripetere banalmente la linea melodica della chitarra va a riempire tutti gli spazi vuoti in modo magistrale. Come sottolineato anche dalle varie discussioni che si vedono in giro quello che forse è l'unico punto (semi)dolente è forse rappresentato dalla batteria suonata dal session Brad Wilk (ex-Audioslave, ex-Rage Against The Machine) non tanto perché lo stile sia eccessivamente diverso da quello dei Black Sabbath, quanto più perché il feeling è abbastanza stereotipato, nel senso che a suonare la batteria su questo disco poteva esserci virtualmente chiunque: una volta finito il disco non hai pressoché nessun pattern di batteria che ti sia rimasto in mente. In questo l'assenza di Ward, delle sue tipiche rullate e dei controtempi si nota e non a caso i volumi della batteria sono piuttosto bassi. In certo senso mi ricorda un po' quello che si dice sia successo durante le registrazioni di ...And Justice for All, in cui Hetfield sentendo Jason Newsted suonare il basso commentò "È bravo, ma non è Cliff" e gli fece abbassare tutti i volumi. Tirando le somme se vi state chiedendo se ascoltare o meno 13, la domanda è mal posta. Dovreste chiedervi piuttosto perché ancora non l'avete ascoltato! Un lavoro così con questo feeling settantiano made in Iommi non può che essere apprezzato da tutti quelli che amano e hanno amato i Black Sabbath del primo periodo e più che consigliato è d'obbligo!


Mark: 8/10



Ghost B.C. - Infestissumam



Year: 2013
Genre: Heavy Metal
Record Label: Rise Above Records
Sounds like: Ghost
Rewieved by: Giorgio
Sentence: In Nomine Patri, Fili et Spiritus Mali

Pur essendoci arrivato un po' tardi (l'ho ascoltato circa due anni dopo l'uscita) sono uno di quelli che Opus Eponymous l'aveva amato. L'Heavy Metal classico infatti pareva essere uno di quei generi che aveva dato tutto quello che poteva offrire, ma poi a smentirci sono arrivati i Ghost che erano riusciti a mettere d'accordo sia gli amanti del riff-style metal con coloro che non disdegnano l'inserimento di tastiere e melodie che vengono anche da ben al di fuori dal Metal. Non a caso il momento gossip vorrebbe che si ritiri fuori la questione che Tobias Forge che pare essere (almeno basandoci sui dati della SIAE svedese) la mente dietro ai Ghost sia anche la voce della band indie rock Subdivision e lo stile vocale dei Ghost pare venire da là (fin troppo pulito o troppo poco lirico per essere propriamente Heavy Metal), ma probabilmente non solo. Fatto sta che siccome morto un papa se ne fa un altro, a Papa Emeritus I succede Papa Emeritus II (sarà vero?) e i Ghost pubblicano il seguito di Opus Eponymous, battezzato Infestissumam.
Al di là delle chiacchiere su chi ci sia dietro i Ghost bisogna anche parlare un po' di musica: cosa è successo in questi tre anni tra Opus Eponymous e Infestissumam? Diverse cose, infatti Infestissumam è (senza connotazione negativa) un disco un pochetto più ruffiano di Opus Eponymous. Le melodie e armonie di tastiere in Opus Eponymous confinate quasi solo nei ritornelli sono leggermente più facili e più presenti ed invadono tutta la struttura delle canzoni. Il taglio finale è più rockeggiante del predecessore, lo si vede ad esempio nella semi-ballad Ghuleh / Zombie Queen nella prima metà dominata solo dal pianoforte, fino al finale un po' più corposo. L'influenza classicheggiante è anche ben aumentata, numerose le intro corali che dimostrano una buona padronanza della fusione di classica col metal (Therion?), la title-track/intro Infestissumam è in questo da manuale. I fan degli anni 70 a tutto tondo rimarrano forse un po' delusi dalla non inclusione in Infestissumam della cover pubblicata qualche mese fa su YouTube di I'm a Marionette degli ABBA, anche se bisogna dire che qualche passaggio che cita un po' l'elettronica si trova, basta sentite i sintetizzatori su Year Zero o sull'intro di Idolatrine. Per Aspera ad Inferi, Body and Blood e Depth of Satan's Eyes sono forse sono i brani che si mantengono un po' più sullo stile del primo disco con i ritornelloni da coro, ma il feeling globale per l'appunto è secondo me leggermente meno metal e un po' più rockeggiante e rilassato. L'immaginifico dei Ghost tuttavia non cambia da una virgola e anzi forse proprio con i toni più leggeri aumenta ancora più l'effetto grottesco del suo inneggiare a Satana in tutte le sue incarnazioni. In definitiva se già dentro Opus Eponymous c'era molto, dentro Infestissumam c'è ancora di più e lo stile dei Ghost viene a consolidarsi come questo grande sincrestismo di Metal, Rock, classica, Indie e Pop. Non che sia esagerato, alla fine i Ghost ci sanno fare e tutto funziona molto bene. Tuttavia Opus Eponymous a livello globale l'ho personalmente apprezzato di più, vuoi forse perché era più una novità mentre adesso adesso uno sa più o meno che aspettarsi, vuoi perché la semplicità di certe trovate magari mi aveva preso più di quanto potesse fare Infestissumam con la sua raffinatezza.

Mark: 7.5/10

PS: Questa recensione avrebbe dovuto essere pronta un po' prima di oggi, tuttavia, mi prendo queste due righe per dire che se non è stata approntata prima è per via della morte di Jeff Hanneman, da sempre una delle mie figure ispiratrici nel mondo del metal, e avuta la notizia non ho potuto che ributtarmi a capofitto nella discografia degli Slayer per alleviare il dolore. Addio JH ci mancherai.


Newsted - Metal


Year : 2013
Genre : Newsted - Metal
Record Label : Self Released
Sounds Like : Voivod, Metallica
Reviewed by : Edoardo
Sentence : Aspettative troppo alte

La curiosità dietro il monicker da parte mia era elevatissima, sempre simpatizzante dell'ex Tallica la prova del nove per me consisteva proprio in questo nuovo progetto, il responso? Non positivo.
Newsted dimostra di saper suonare il rock duro con grande stile ma rimane troppo sotto le proprie ex band, Voivod e Metallica aleggiano veramente troppo in ogni canzone, l'Ep in questione, Metal (quanta fantasia,) è un misto tra Reload e Katorz. Il thrash metal è assente, prima notiziaccia per i nostalgici e quindi non per me. L'altra notizia eclatante è la voce di Newsted che ovviamente è modificata ma suona veramente troppo uguale a quella di Hetfiled in molti tratti. Questa di per se non è una pecca ma unito a quello che sto per dire sarà la goccia che fa traboccare il vaso.
Da un bassista non ci si possono aspettare linee impossibili di chitarra ma da qui ad una banalità quasi eclatante ce ne è, ogni singolo riff di questo Ep lo avete già sentito, lo avete già assimilato. Purtroppo anche il fattore ritmico, quello che un bassista dovrebbe avere, è pressochè ininfluente poichè anche le ritmiche sono banali e prevedibili.
Il plagio avviene in Skyscraper in cui Mustaine viene più di una volta citato, prima di tutto per il testo riguardo le "Holy War" e secondo per lo stile vocale troppo simile a quello che aveva in Youthanasia.
Abbastanza buono è il singolo Soldierhead anche se il main riff è tremendamente banale, dalla seconda metà in poi però ha un ottimo tiro.
Godsnake è un mid tempo che ha dello scandaloso per la ritmica scelta per non parlare delle linee melodiche. L'unica cosa positiva della canzone è una sezione solista insolitamente brillante e accattivante.
King of the Underdogs a mio modo di vedere è l'unica vera traccia riuscita al 100% in questo Ep, parte con un ottimo arpeggio e segue in modo molto pankeggiante, uno stile che si incarna alla perfezione e che Newsted riesce ad interpretare in modo egregio sia vocalmente che strumentalmente. Nella traccia appunto possiamo gustarci le migliore linee vocali dell'ex Four Horseman.
Insomma, facendo le somme questo Ep è riuscito a metà, una canzone buona e due a metà, il voto quindi rappresenta la proporzione matematica di tutto ciò.


Mark : 5/10



Wintersun - Time I



Label: Nuclear Blast
Year: 2012
Genre: Symphonic Metal/Melodic Death Metal
Sentence: [7.0]

Otto anni di attesa, ovvero miracoli in casa Nuclear Blast: quel che è successo in tutto questo tempo ha dell'incredibile. Attorno a "Time I" si è creata un'attesa spasmodica ai limiti della psicosi collettiva, con esiti grotteschi come i sample con 10 secondi di canzone, una vera presa per i fondelli. Insomma, il proverbiale fumo senza arrosto (che doveva ancora uscire dal forno).
Per chi scrive, "Wintersun" è un disco ben riuscito che si destreggia egregiamente tra sfuriate sinfoniche e metalliche in stile Ensiferum e Rhapsody Of Fire ed un lavoro chitarristico che tocca i lidi del melodeath e mette in risalto un marcato gusto melodico. Quindi i motivi per interessarsi all'uscita di questo “Time I” c'erano tutti. E così si arriva al giorno fatale dell'ascolto. Cos'è che ci si trova davanti? Una colonna sonora. Tastiere, chitarre acustiche, melodie delicate e leggere: tutto quel che ci si poteva aspettare dai Wintersun ed anche di più - alcuni diranno troppo. Questi elementi si fondono in maniera gradevole e riuscita ma nessuno assurge al ruolo di protagonista o è particolarmente memorabile. La chitarra, elemento trainante del debutto , è relegata in secondo piano e assolutamente non incide nell'economia di "Time I" come aveva fatto invece in quella di "Wintersun". Stesso discorso per la batteria di Kai Hahto: tanto spumeggiante ed incisiva nel disco precedente, tanto piatta ed anonima qui, complice anche una produzione tutt'altro che arrembante. Il basso non è pervenuto, ma la cosa - chissà perché - non mi sorprende (ricordatevi sotto quale etichetta è uscito questo lavoro).
"Time I" non è certo brutto. Ma nemmeno il capolavoro della storia del metal con il quale tanta - troppa - gente crede di avere a che fare. È un pentolone strabordante di elementi sinfonici con passaggi chitarristici mutuati dal debutto ma privi dell'incisività necessaria. Il fatto che il disco in analisi ricordi una colonna sonora è un’arma a doppio taglio: da un lato è piacevole perché l’ascolto ci immerge in 40 minuti di musica godibile che scorre con facilità, dall’altro è un problema perché l’insieme risulta troppo omogeneo e privo di scosse. "Time I" è un dischetto carino di symphonic metal (data la massiccia presenza di orchestrazioni & co, quest'etichetta mi pare d'obbligo) nel quale la componente propriamente metal è abbastanza ridotta. Insomma, dietro i pacchi di cori, tastiere, chitarrine e tutto il resto si nasconde un lavoro semplice da "capire": leggendo i pareri in giro, sembra di avere a che fare con un disco di una complessità straordinaria. Niente di più lontano dalla realtà. Per l'ascoltatore accorto non sarà difficile non farsi ingannare dalla caratteristica pomposità e dall'apparente complessità del symphonic à la Nuclear Blast: se cercate i Wintersun articolati e da gustare riff dopo riff, cercateli nell'omonimo debutto, non qui. Di complesso non c'è proprio niente. È il caso di dire che l'abito non fa il monaco. "Time I" rimane comunque un ascolto gradevole per i fan della band e del symphonic in generale, perciò la quantificazione numerica della mia disanima mi pare più che sufficiente. Non resta che aspettare il secondo capitolo per vedere cosa tirerà fuori Jari dal suo cilindro magico.
[Matteo Ciani]


Le Quattrocento Colpe - Tra le Spire


Label : Indipendent
Year : 2012
Genre : Alternative Metal
Sentence : Hold On! [6.75]

Per chi non si accontenta dei clichè old school e delle manie tecnicistiche degli ultimi momenti, per chi si è rotto le palle dell'ennesimo tributo a... ci sono Le Quattrocento Colpe. La band di Pavia propone un Metal alternativo con tinte progressive e aloni Post in lungo ed in largo non che un cantato in italiano.
La proposta non si basa quindi su nessun artista in particolare ma si fa personale ed evocativa non che cervellotica in alcune parti, nelle 3 tracce proposte c'è abbastanza musica per capire che i ragazzi possono aver un buon futuro se sapranno maturare e migliorarsi. Innanzitutto le clean vocals andranno perfezionate e rese più morbide, meno rilegate ai momenti di stop o calma totale, farle uscire dai soliti parametri ritmici. Il guitar working a volte riesce a catturare con degli ottimi fraseggi solistici, forse una delle cose migliori dell'Ep, ma deve ancora lavorare sul rapporto con l'ascoltatore, ottimo per creare atmosfere e dei muri di suono ma ci sono troppi pochi riff che si possono ricordare con facilità.
Onore al coraggio ed alla voglia di fare qualcosa di diverso, un lavoro sicuramente intrigante. Se la band rivedrà alcuni punti potrebbe regalarci musica di grande qualità.



Underrated Albums Compilation - Volume 2



Lo scopo della compilaton è puramente promozionale, non detenendo i diritti delle canzoni esse sono presenti a scopo di promo per invogliare poi l'acquisto del materiale fisico o digitale della band.

The purpose of compilaton is purely promotional, I not hold the rights of these songs. They are for the purpose of promotion to entice the purchase physical or digital material of the band.

Tracklist :
1) Two Steps From Hell - Intro
2) Dismal Lapse - Tetra Hydra Cannibinol
3) Mutilation Rites - Fogwarning
4) Jesus Ain't In Poland - My God Is My Will
5) Lykaion - The Dance
6) Devastator - Shock Alfabetico
7) Eyeconoclast - XXX MANIFEST OF INVOLUTION
8) Horn of the Rhino - Awaken Horror Of Tuul

Durata totale : 25 minuti

Generi : Death Metal, Black Metal, Sludge, Thrash Metal, Grindcore, Heavy Metal

Lykaion - Nothin' But Death


Label : Bakerteam Records
Year : 2012
Genre : Heavy/Thrash Metal/Progressive
Sentence : Nothin' but a good Work [7.25]

La Bakerteam Records ha occhio. I Lykaion sono una interessante band italiana attiva dal 2003 con sede a Roma, i nostri propongono un Heavy/Thrash Metal costruito con modi di fare Progressive, queste tinte variopinte non riescono a far inquadrare precisamente la proposta del gruppo.
Sicuramente i Sentenced più commerciali hanno dato una mano ai nostri nel modo di proporsi aggressivo ma comunque catchy, le influenze però non sono così evidenti vista la già citata bravura a costruire un sound peculiare.
Il cd non solo gode di una buona produzione ma anche la sua realizzazione è decisamente sopra la media.  Empty e The Dance sono le tracce che maggiormente hanno catturato la mia attenzione e anche la conclusiva Dimenticherai non è da meno. Segno che è un cd che riesce a mantenere gli stessi standard per quasi 40 minuti, il che è cosa rara in generale figuriamoci nell'underground.
Il punto che maggiormente mi preme sottolineare è che c'è passione dietro questo cd, c'è l'anima. E' un cd che ha qualcosa da dire e che trasmette emozioni, la sterile musica progressiva incentrata sul clonare i grandi nomi può anche morire, lo stesso vale per ogni genere che sempre più sforna band senza motivo di esistere. Ogni volta che poi escono band come i Lykaion  vien bello pensare che il metal, tutto sommato, non è così defunto.



Kreator - Phantom Antichrist


Label : Nuclear Blast
Year : 2012
Genre : Speed/Thrash Metal
Sentence : The Big One [6.5]

La storia dei Kreator è una di quelle da raccontare ai propri figli. Dopo il passato difficile degli anni 90 la band ha progressivamente rincominciato a trovare nuovi stimoli, da Enemy of God i crucchi hanno ripreso in mano il thrash granitico e potente di cui si erano fatti principali interpreti. Con Hordes of Chaos invece la band spostava il baricentro verso lidi più melodici con un riffing più arioso e un maggior numero di cori. In questo Phantom Antichrist si può dire che i Kreator prendono una svolta ancora più marcata. La band abbraccia totalmente uno stile più Heavy/Speed lasciando il thrash metal a poche canzoni. La massiva presenza di cori è un elemento che contraddistingue questo lavoro da qualunque precedentemente fatto . La band trova un nuovo sound, si reinventa e vince. Il riffing armeggia soluzioni più tecniche (notare il miglioramento progressivo della band negli ultimi 3 lavori) e aumenta l'arsenale di soluzioni in maniera spaventosa, le armonizzazioni ancora una volta svolgono un ruolo importantissimo nei ritornelli (title track e Victory Will Come su tutte).
La band si lascia sfuggire anche qualche incursione puramente classica con un paio di intro in chitarra acustica e una finale Until Our Paths Cross Again composta come una semi-ballad, si vede anche nelle scale scelte l'intento di migrare verso territori meno duri ma comunque energici.
Petrozza è ispiratissimo e svolge bene come non mai la parte interpretativa del cantato, vuoi anche perchè il riffing gli permette di andare a parare in lidi fino ad ora sconosciuti per i nostri.
Purtroppo è molto altalenante come lavoro, anche dopo la title track Death To The World non riesce a mantenere quei livelli ed anzi scende, come d'altronde tutto il cd. E' un classico da diversi anni il fatto che i cd dei Kreator non viaggiano mai sugli stessi livelli della title track.
Death To The World sarebbe da buttare se non fosse per l'assolo, poco riuscite anche Civilisation Collapse, Your Heaven, My Hell e The Few, The Proud, The Broken. Ottimo lavoro invece su Until Our Paths Cross Again, Victory Will Come, United In Hate, title track e From Flood Into Fire dove la breve parte in clean vocals fa venire la pelle d'oca, stupenda.
Questi almeno sono i miei pareri, a voi la degustazione di questo rosso d'annata.



Firewind - Few Against Many


Label : Century Media Records
Year : 2012
Genre : Heavy Metal
Sentence : Again one of the few Heavy metal band that i really appreciate [6.75]

I Greci nella loro cover sembrano manifestare il desiderio di riprendersi la loro patria, ora in mano alle banche tedesche e francesi, ma questo non è il luogo per parlare di ciò.Una sedicente statua della libertà in versione ellenica innalza lo stemma della band contornata da fuoco e fiamme che non la bruciano ma la purificano, sull'altra mano tende una foglia d'ulivo simbolo di pace.
La storia dei Firewind inizia essenzialmente con quella dell'ascesa del suo compositore Gus G., ora noto come chitarrista di Ozzy. La band è oramai una decade che viaggia in lungo ed in largo col suo Heavy di stampo Poweriano in diversi tratti. I Trademark rimangono inalterati, si notano anzi dei miglioramenti specialmente per Apollo, il cantate sembra aver trovato una dimensione più sua e meno classica.
Ovviamente il meglio è dato dal Guitar Working come sempre devastante per impatto e melodicità.
Insomma una delle poche sicurezze in un genere morto, defunto, seppellito, risolto e ri-seppellito come l'Heavy Metal sono i Firewind.



Paradise Lost - Tragic Idol


Label : Century Media Records
Year : 2012
Genre : Heavy Metal
Sentence : The Idol is not Tragic [7.0]

I Paradise Lost sono dei navigati conoscitori del Metal e passando dal Death/Doom al Metal con tinte goth han potuto sperimentare ampie sezioni di musica tendenzialmente inesplorata dai più oltranzisti del genere.Una buonissima collisione tra la melodia più moderna ed accattivante porta la band al singolone cupo e malinconico Theories From Another World, sapientemente preparato offre il meglio del cd con una spartizione delle atmosfere, cambi, tempi e interpretazioni perfetta. Le chitarre sono pesanti ma la mescolanza di stili risulta ampiamente rodata tale che sembri il sound naturale della band. Arrivati oramai a confermarsi sotto questo stile la band si avvicina sempre di più al grande pubblico dando però il meglio di se dopo 2-3 ascolti, si tratta comunque di un lavoro ben architettato e pieno di sezioni brevi che lasciano un buon impatto. Un cd completo e perfettamente confezionato, un prodotto senza difetti che va ad aggiungersi alla grande lista di buoni cd della band, non sarà il loro capolavoro e sicuramente hanno fatto di meglio, ma per quanto ne concerne la sfera più commerciale di meglio era veramente difficile immaginarsi, strateghi.


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